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Oltre la soglia

di Detlef B. Linke

Contese fra religioni tradizionali,correnti new age e ricerca scientifica,le esperienze di pre morte sono davvero una visione anticipata dell’aldilà o dipendono da meccanismi cerebrali che è possibile identificare?

“Peccato, perché mi avete rianimato? Era fantastico!” Sono le prime parole di una donna che, risvegliandosi in un reparto di terapia intensiva, racconta di aver vissuto quella che gli esperti definiscono una “esperienza di pre-morte”, o EPM (in inglese, Near Death Experience, NDE), vale a dire una serie di sensazioni, particolarmente intense, spesso interpretate come l’ingresso nell’aldilà. Pazienti con arresto cardiaco, persone che stavano per annegare o anche suicidi mancati: sono questi i casi più frequenti di soggetti che riportano esperienze di pre-morte, descrivendole di frequente con un linguaggio carico di simboli e contenuti religiosi. I racconti sono vari, e molto soggettivi, ma vi sono elementi costanti che prescindono dalle differenze culturali.
Una delle caratteristiche più comuni delle esperienze in punto di morte è il sentimento di pace, quiete e rilassamento riferito dai “sopravvissuti”, che raccontano anche di aver avuto la sensazione di uscire dal proprio corpo e di averlo osservato dall’alto. Molti riferiscono l’impressione di trovarsi in un passaggio, spesso descritto come un tunnel buio in fondo la quale brilla una luce calda e molto chiara da cui si è irresistibilmente attratti. Infine, vi è l’incontro con persone conosciute e defunte, ma anche con un “Essere” di luce che emana amore e comprensione; in questi casi, i soggetti spiegano che la comunicazione con questi esseri avviene telepaticamente . In generale, i soggetti riferiscono che i confini fra l’Io e l’ambiente vengono a mancare, sostituiti da un senso di immedesimazione con l’universo intero. Poi, però, queste esperienze si interrompono improvvisamente: coloro che si figuravano in viaggio verso l’aldilà vengono rianimati e si ritrovano, delusi, di nuovo dentro il proprio corpo. Tuttavia, il vissuto in punto di morte clinica non è sempre connotato positivamente. Alcuni parlano di un senso di panico e vuoto senza fine, e non manca chi sostiene di aver gettato uno sguardo sgomento su fenomeni infernali. Tutti i casi di esperienze di pre-morte hanno comunque un tratto in comune: il fatto che il vissuto soggettivo sia molto più intenso e ricco di quanto sarebbe possibile, in condizioni normali,nel tempo oggettivamente trascorso.
Quasi un terzo delle persone che sono state in punto di morte o almeno hanno creduto di esserlo) conserva ricordi lucidi di queste esperienze. Non di rado, al guarigione è seguita da un radicale cambiamento nello stile di vita ( i cosiddetti after effects), con un dichiarato disinteresse per beni e posizioni materiali e un’intensa ricerca di spiritualità. Molti di coloro che hanno vissuto una EPM sentono di vivere più lucidamente, di avere una coscienza acuita della propria mortalità, ma priva della paura di morire, e di essere fermamente convinti che li attenda una realtà ultraterrena.
Le prove che le esperienze di pre-morte sono una realtà degna di studio scientifico, e non un’invenzione o il frutto di allucinazioni o disturbi psichici, esistono da tempo. Ma benché sulla loro natura vi siano anche ipotesi più speculative che scientifiche, come quella della riattivazione del ricordo della nascita o del ricordo di percezioni subliminali avute durante la perdita della coscienza, il fatto che sia possibile darne una spiegazione scientifica è tutt’altro che pacifico. C’è chi ammette solo spiegazioni metafisiche del fenomeno: le esperienze di pre-morte permetterebbero di sbirciare nell’aldilà, fornendo così una prova diretta di una vita dopo la morte.
È bene specificare che, sebbene io sia favorevole a una spiegazione psicofisiologica delle esperienze di pre-morte, non intendo mettere in dubbio l’importanza della religiosità. Ma sono dell’idea che non dovremmo considerare le EPM come prove dell’esistenza di una vita ultraterrena. Le ricerche in campo medico e neurobiologico hanno fornito ben altre spiegazioni: evidentemente, il cervello si trova in una situazione estrema, caratterizzata da un’acuta esperienza della caducità dell’esistenza, in cui deve affrontare il paradosso di elaborare e integrare un’informazione che contiene il messaggio della fine, inclusa quella dell’attività cerebrale. Come estrema strategia difensiva, il paradosso viene allora fronteggiato con il paradosso, generando esperienze altrettanto (e letteralmente) straordinarie della bruta realtà della morte.

UN TEMPO PER MORIRE
Per interpretare correttamente quanto accade durante le EPM occorre tenere presente che il nostro cervello è una sorta di “macchina da anticipazioni”, vale a dire che i nostro apparato cognitivo funziona anticipando continuamente l’avvenire, e gestisce i presente sulla base di ipotesi sul corso futuro degli eventi.. Ed ecco che a questo apparato “veggente” si presenta la più radicale delle assurdità: fa la sua comparsa i pensiero “ora sto morendo”. Le diverse esperienze di pre-morte si dispongono tutte intorno al fatto centrale della morte in prima persona. A un tratto, il futuro si sgonfia come un palloncino per ridursi alla consapevolezza che non c’è più una prosecuzione, una prossima puntata, il tempo che sarà. Anzi, il normale scorrere del tempo si strozza, i meccanismi della coscienza temporale si inceppano, e non sono più in grado di garantire la continuità. Le funzioni del nostro apparato cognitivo, così come quella del substrato cerebrale, che sono programmate per la continuità, si scontrano ora con quell’iceberg che è la fine dell’esistenza, la collisione brutale di due diverse temporalità: il continuo della coscienza e dell’elaborazione cerebrale dell’informazione da un lato, il ghiaccio sommerso di un presente senza domani dall’altro. Questo conflitto è all’origine delle immagini e delle sensazioni che fanno parte delle EPM. Per le neuroscienze, questa situazione d’emergenza è naturalmente di eccezionale interesse, giacchè diventa possibile esaminare il cervello in un frangente in cui una delle sue funzioni, diremmo, vitali (creare il tempo in cui continuiamo ad esistere) viene improvvisamente meno.
Ma nell’accostarsi scientificamente a queste esperienze occorre essere prudenti. Il cervello costruisce il flusso temporale per una coscienza, per una prima persona, per un Io che vi abita più o meno confortevolmente; l’osservatore esterno che si accosta al fenomeno deve tenere nel dovuto conto la differenza fra prima persona e osservatore. Già l’espressione “esperienze di pre-morte” sottolinea il problema, poiché riflette il punto di vista dell’osservatore esterno, consapevole del fatto che la persona che gli sta di fronte è ancora in vita e si trova “a un passo ” dalla morte. Ma per il diretto interessato, la situazione è dominata dal pensiero “sto morendo ora”. In altre parole, non si tratta della vicinanza della morte, ma dell’ “ora” stessa della morte.

ATTIMO NON FUGGIRE
Nel primo secolo della nostra era, il filosofo Lucio Anneo Seneca, occupandosi della mortalità umana, non affronta il significato profondo delle EPM. Seneca (sulla scia di Epicureo) sosteneva infatti una tesi riduttiva: se non si è ancora morti, allora la morte ancora non c’è; ma, se si è già morti, allora non c’è più nulla, neppure una cosa chiamata morte.
Vari secoli dopo, Goethe ne fornì invece un’interpretazione più profonda, assumendo il punto di vista del suo Faust morente, che si accascia a terra proprio nel momento in cui esclama”Attimo,fermati; sei bello!”. È probabile che i dottor Faustus fosse colpito da un repentino arresto cardiaco, a cui viene solitamente associato un sentimento di serenità.
Ma le esperienze di pre-morte non sono riducibili a un folle girotondo di futuro e presente, dovuto a meccanismi di anticipazione che girano a vuoto. In situazioni simili, infatti, entrano in gioco processi cerebrali che si manifestano solo durante una crisi vitale, e in cui svolgono un ruolo centrale i neuroni che utilizzano un recettore chiamato NMDA. Lo psichiatra Larl L.Jansen, uno dei più illustri sostenitori della spiegazione psicofisiologica delle EPM, ha studiato questo recettore sin dalla fine degli anni ottanta. Secondo jansen, durante un attacco cardiaco o ischemico, i lrecettore NMDA si lega con un aminoacido eccitatorio, detto L-glutammato, un neurotrasmettitore che in concentrazioni elevate produce eccitotossicità, ovvero la morte delle cellule cerebrali. Ma c’ èuna sostanza endogena, l’alfa-beta-endopsicosina, che protegge i neuroni dalla eccitotossicità e dunque blocca l’azione del recettore NMDA. L’ipotesi formulata da Jansen è che un cospicuo rilascio di questa sostanza, che salva dalla morte innumerevoli neuroni, indica come effetto collaterale esperienze di pre-morte. Esse sarebbero allora l’ultimo anello di una catena che, da un effetto anti-convulsivante, passa all’analgesia per poi produrre allucinazioni dissociative e infine la riattivazione di ricordi di esperienze passate.
Ma che cosa rende i recettori NMDA i candidati più promettenti per una spiegazione fisiologica delle EPM? La risposta viene dagli studi sulle funzioni di questi recettori, che entrano in azione quando nel neurone convergono segnali bioelettrici provenienti da diverse aree dell’encefalo. Poiché i loro tempi di azione sono relativamente lunghi, gli NMDA catalizzano una serie di eventi di attivazione, modificando il ritmo dell’elaborazione cerebrale. Questo potrebbe spiegare la massiccia inondazione di impressioni che caratterizza le esperienze di pre-morte, poiché lo stato eccitatorio dei recettori NMDA contribuirebbe a un’elaborazione sommaria di un’enorme quantità di informazioni.
Il modello psicofisiologico di Jansen fornisce il nesso fra il vissuto di una persona in punto di morte e i processi neurofisiologica che sono alla base dell’esperienza: la specificità dei recettori NMDA costituirebbe l’anello mancante della catena. E benché l’azione dei messaggeri proteici o neuromodulatori non possa bastare da sola a spiegare in modo esauriente le EPM, si tratta di un modello valido, specialmente considerando il collegamento fra la funzione dei recettori e la lucidità tipica delle esperienze di pre-morte. Infatti,esiste una stretta connessione fra i recettori NMDA e i sistema di endorfine e di altri oppiaci endogeni usati dal nostro organismo per calmare i dolore. La “simpatia” fra recettori ed endorfine potrebbe spiegare i sentimenti di serenità tipici delle EPM e la sensazione di essere tutt’uno con il cosmo. È possibile, insomma, che il nostro cervello perda la capacità di riconoscere e distinguere gli oggetti dell’ambiente esterno quando ingrana una marcia più lenta e , contemporaneamente, i codice per la trasmissione di segnali fra neurone e neurone perde il suo significato ordinario.
È probabile, inoltre, che in questi fenomeni sia implicata anche l’amigdala, un’area del sistema libico che svolge un ruolo importantissimo nel controllo del comportamento emotivo. È noto che sotto l’azione della chetamina (un analgesico per cavalli) alcuni soggetti riferiscono una piacevole sensazione di perdita dell’Io ì, e che il monitoraggio dell’amigdala di queste persone mostra un’attività neuronale inferiore alla norma. Se si applicano queste osservazioni al caso delle esperienze di pre-morte, ciò significherebbe che, nel momento in cui viene a mancare ogni chance di influire sulla situazione agendo in prima persona – quando, cioè, per il diretto interessato non c’è più nulla da fare – allora quest’area cerebrale, che svolge un ruolo chiave nel coordinamento dell’azione, viene disattivata, con una conseguente fluidificazione dei confini fra Io e ambiente. Che l’impossibilità di agire per modificare la situazione sia determinante per l’insorgere delle EPM lo si vede anche nel caso di persone che sono state sul punto di annegare: circa un terzo di questi soggetti riferisce la riattivazione di memorie della loro vita passata (il classico “mi è passata tutta la vita davanti agli occhi”). Al contrario,chi aveva ancora qualche possibilità di levarsi d’impaccio, non riferisce mai esperienze introspettive come le EPM.

UNA VALANGA DI RICORDI
Sembra dunque ovvio cercare di far luce su possibili nessi fra i vissuti soggettivi e le circostanze esterne. Ci interessa in modo particolare il ruolo della consapevolezza” sto morendo ora” come elemento scatenante di una EPM, mentre i fattori su cui concentrarsi per analizzarla sono la valutazione soggettiva della situazione da parte dei diretti interessati, le loro possibilità di influire attivamente sulla situazione – che naturalmente sposta l’attenzione a detrimento dell’esperienza interiore – e se la collisone delle fasi temporali (futuro contro presente) può essere evitata o meno.
In realtà, è possibile ricostruire un nesso fra lo svolgimento degli eventi e la qualità dell’esperienza. Facciamo un esempio: un operaio stava manovrando un rullo compressore ( una macchina che si muove molto lentamente e in modo semiautomatico) su un tratto di asfalto. A un certo punto, mentre era a ridosso di una appate, impegnato in altre mansioni, l’uomo si accorse che il rullo, non sorvegliato, si muoveva nella sua direzione, tagliandogli ogni via d’uscita. Per salvarsi, l’operaio fece leva contro la macchina con tutta la forza di cui era capace, provocandosi una rottura del bacino e una slogatura del polso, ma riuscendo ad evitare di finire schiacciato. Pur avendo davanti a sé una minaccia incombente, l’uomo non ebbe un’esperienza di pre-morte e questo non sorprende affatto: il cervello era tutto preso dal coordinamento dell’azione. Quando invece una persona è in pericolo ma la coscienza non può soccorrerla, spesso si riattiva una vera e propria valanga di ricordi. Completamente diverso il caso di chi invece si prepara da tempo alla fine, per esempio nella fase terminale di un tumore. Allora il”significato” peculiare dell’evento diventa , per così dire, un contenuto ordinario della coscienza, e non avvien ciò che abbiamo definito un conflitto di fasi temporali. IL soggetto proverà ancora orrore della morte, ma questo sentimento si inserisce ora in un corso di esperienze più o meno familiari.
Anche l’ipotesi che le EPM siano una conseguenza dell’ipossiemia (carenza di ossigeno) va ridiscussa alla luce di casi clinici, poiché con la amncani ossigeno vengono meno anche le capacità cognitive, e questo è in contrasto con al lucidità mentale tipica dell’esperienza di pre-morte.
Decisivo dunque è il pensiero “sto morendo ora”. Per illustrare questo punto valga un caso tratto dalla mia esperienza personale. Lavoravo in un reparto di rianimazione,e avevo, tra l’altro, il compito di monitorare i pazienti in degenza per crisi cardiaca. Improvvisamente, notai che l’elettrocardiogramma di un soggetto fino a quel momento stabile mostrava un andamento diasistolico sospetto. Mi precipitai nella stanza del paziente per approntare le misure di rianimazione, ma vidi che l’uomo stava seduto tranquillamente sul letto! Gli chiesi stupito:”Come si sente, signor H.?” “Benone”, fu la risposta dell’uomo, che sorrise, e poi cadde riverso, privo di conoscenza. La spiegazione dell’accaduto è che, con un’attività cardiaca carente, il cervello riesce a mantenere la coscienza per 15-20 secondi, e quindi il paziente non si era reso conto che il suo cuore non batteva più a un ritmo sufficiente. Dopo la rianimazione, il signor H. confermò di non aver avuto alcun sintomo premonitore, dunque neppure una EPM.
Un modello basato esclusivamente su fattori fisiologici non è dunque in grado di spiegare le immagini delle esperienze di pre-morte, poiché è necessario che i soggetti abbiano anche la coscienza di vivere la propria morte, perchè si possano generare le sensazioni tipiche di una EPM.

DARE UN SENSO HA CIò CHE NON NE HA
Vi sono inoltre esempi di persone che hanno espèrienze simili alle EPM in assenza di una crisi vitale. È il caso di una paziente il cui emisfero destro era stato anestetizzato con un barbiturico. Durante la narcosi, l’altro emisfero rimane sveglio e funzionante, e la paziente fu in grado di continuare a registrare ciò che accadeva. La donna affermò di aver percepito una luce abbagliante e ricordò di essersene chiesta il motivo, visto che non aveva avvertito nessuna minaccia incombente per la propria vita. Ma le sue visioni non erano che una conseguenza dell’induzione della narcosi per mezzo di barbiturici, una tecnica di anestesia per cui è previsto il posizionamento del catetere nella carotide.
Inevitabile è che anche i vasi sanguigni della retina vengano inondati di anestetico, con una conseguente ipersensibilità alla luminosità. In altre parole, la percezione di una luce abbagliante, caratteristica delle percezioni di pre-morte, potrebbe insorgere in seguito a una diminuzione del flusso ematico non solo nel cervello, ma anche nelle vie ottiche periferiche. Nel caso di questa paziente c’era comunque una differenza decisiva rispetto alle vere e proprie EPM: la percezione di una sorgente luminosa non era associata a un sentimento di gioia.
Le percezioni di luci vengono anche in coincidenza di perdite di conoscenza. Oltre alla cortina ottenebrante che sembra calare sugli occhi quando perdiamo i sensi, lo svenimento è caratterizzato anche dal “veder le stelle”. Quando poi si recupera il senso della vista, vale a dire allorché i sistema ottico periferico si “riaggancia” alle aree visive primarie della corteccia cerebrale, il paziente può avere la sensazione di essere esposto a una sorgente luminosa abbagliante. Questo mette in evidenza un’ulteriore specificità neurofisiologica: il cervello non funziona solo come un sistema di anticipazione, ma anche come “creatore” di significati. Il pensiero, non potendo integrare ciò che è privo di senso, tende ad attribuire comunque un significato a tutto ciò che rientra nel campo della percezione.
Un repentino chiarore viene allora interpretato come luminosità all’uscita di un tunnel buio. Quando i rilascio di endorfine blocca il recettore NMDA, provocando una sensazione di pace e di benessere, il cervello “spiega” queste sensazioni con la gioia di aver lasciato un luogo oscuro e angusto.

IN ALTALENA FUORI E DENTRO DI SE
Anche l’impressione di uscire dal corpo può essere spiegata da dati fisiologici. Si chiedete a un gruppo di persone di ricordarsi dell’ultima volta in cui sono state in piscina, circa l’80% dei soggetti dichiarerà di vedersi dal bordo della vasca, mentre sguazza placidamente nell’acqua. Chi ricorda assume quindi un punto di vista esterno, che non ha vissuto realmente. Dunque la visione mentale di se stessi dall’esterno è una prestazione cognitiva quotidiana e ordinaria, e non eccezionale. In effetti, l’elaborazione parallela stereoscopica è la norma, mentre la tendenza ad attribuire alle immagini mentali il punto di vista dei propri occhi è un abito contratto nel corso dell’evoluzione culturale.
La sensazione di trovarsi fuori dal proprio corpo può anche essere indotta artificialmente. Tempo fa, un’equipe della clinica universitaria di Ginevra di preparava ad operare una paziente affetta da epilessia “focale”. L’intervento consisteva nell’asportazione di una piccola porzione di corteccia temporale, nella quale era stato individuato il focolaio della “tempesta” bioelettrica che provoca gli attacchi. Per creare una mappa precisa delle aree interessate dall’intervento, la fase preparatoria prevedeva la stimolazione della corteccia in più punti per mezzo di elettrodi. Ma quando i chirurghi andarono a stimolare il giro angolare, un’area della corteccia cerebrale destra, la donna riferì la sensazione che il suo corpo stesse cadendo nel vuoto, e quando il voltaggio della stimolazione fu aumentato riportò un senso di leggerezza e la sensazione di fluttuare verso il soffitto a 2 metri dal pavimento, guardando dall’alto il proprio addome e le gambe. Questo dimostra che le esperienze out of body sono un aspetto delle funzionalità abituali del nostro cervello. Nel caso delle esperienze di pre- morte, le stesse sensazioni sono provocate dalla collisione temporale di cui si è parlato prima, e probabilmente anche da una carenza di ossigeno.
In conclusione, è possibile ipotizzare che tutti i tipi di EPM, anziché essere un assaggio dell’aldilà, siano legati in qualche modo all’ ordinario funzionamento del cervello; è assai probabile insomma che alla radice delle EPM vi siano solo dei processi neurali. I l pensiero “sto morendo ora” attiverebbe a cascata una serie di questi processi, con un’intensità variabile a seconda del carattere più o meno repentino del pensiero stesso e delle opportunità di reagire. Alle prese con il conflitto passato-presente-futuro e punto zero del tempo, quella “macchina da anticipazione” che è il cervello ci confronta con immagini e contenuti che sembrano attuali, mentre fanno parte del sistema di aspettative e ipotesi o gratificazioni future di cui è fatto il tempo.
Coerentemente con questa nuova prospettiva, gli eventi del mondo circostante sembrano appartenere a una realtà trascendente. E probabilmente lo sono, sempre che si considerino le EPM come una sorta di cortocircuito del sistema nervoso, e non come esperienze di un altro mondo. Il modo in cui si costituisce l’esperienza di una sorgente luminosa nella nostra coscienza, per esempio, è ancora un mistero per quel che riguarda la quotidianità. Perché vediamo un tono di luce chiara, o una figura su uno sfondo, e non i processi fisico-matematici che sono alla base dell’elaborazione degli stimoli? Le esperienze pre-morte potrebbero aiutare a chiarire quel miracolo che è la percezione quotidiana, invece di deviare la nostra attenzione attirandoci sulle secche del soprannaturale. Anzi, dobbiamo essere grati che il nostro cervello disponga di meccanismi di emergenza per situazioni in cui, altrimenti, saremmo sopraffatti dalla paura.

LA STRADA DELLE STELLE
L’interrogativo sulle realtà ultime è vecchio quanto l’umanità, e la religione ha elaborato peculiari concezioni sulle condizioni dell’uomo dopo la morte, cercando di regolamentare la tendenza a formarsi delle immagini dell’aldilà.
Per le tre grandi religioni monoteiste- l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam -la morte è un fatto definitivo. In altre parole, dopo la morte non c’è più un’esistenza in questo mondo, ma c’è comunque un’esistenza oltre la morte. Nell’Ebraismo delle origini, l’aldilà non aveva un ruolo centrale. L’ideale di una vita religiosa consisteva in un’esistenza appagante e conforme al dettato divino, e comprendeva la morte come qualcosa che dà senso alla vita. Solo più tardi al questione della felicità dei giusti venne messa in relazione alla finitezza dell’esistenza umana: evidentemente non tutti gli esseri umani ottenevano in vita la giusta ricompensa divina per le loro opere. Un surrogato delle aspettative connesse a un risarcimento dei crediti contratti in questa valle di lacrime furono le concezioni messianiche: la speranza riposta in un futuro regno di pace, realizzato in questo mondo da un messia, legittimato da un potere superiore. Gli ebrei attendono la resurrezione dei morti per un tempo dopo la fine dei tempi. Il giorno del giudizio deciderà del destino delle anime secondo i meriti e le colpe. Nel Cristianesimo, il mistero della Pasqua è l’evento centrale: Gesù di Nazareth è morto sulla croce per i peccati dell’umanità, poi risorto dal regno dei morti come segno di vita eterna che attenderebbe i credenti. Nel primo secolo della nostra era Paolo il Tarso scrisse:”Io, proprio io risorgerò..e con questi miei occhi vedrò il Salvatore (I Cor. 15, 25). Le aspettative per il futuro sono caratterizzate dall’attesa del ritorno di Gesù Cristo che fonderà un regno di pace. Dopo il giorno del giudizio, alla fine dei tempi, i credenti saranno ammessi alla gloria eterna.
Un’idea molto raffinata delle aspettative dopo la morte è stata sviluppata in seno alla teologia islamica. Il defunto viene posto, immediatamente dopo il decesso, di fronte alle sue azioni buone e cattive, e ottiene un giudizio provvisorio che gli preannuncia ciò che lo attende il giorno del giudizio, quando si attuerà i ritorno del messia: paradiso o inferno..L’inferno è certo per peccatori e miscredenti, mentre per i seguaci dell’Islam che hanno peccato , ma si sono pentiti, il soggiorno infernale sarà limitato nel tempo. Fino al giudizio finale i morti restano in attesa in una sorta di limbo, variamente e pittorescamente descritto. Solo i profeti e i martiri vanno direttamente nel paradiso descritto nelle sure del Corano.
In diretto contrasto con le religioni monoteistiche, le due maggiori correnti religiose dell’Estremo Oriente concepiscono la morte come stato transitorio, non come fine dell’esistenza. La morte è anzi il punto di partenza per una nuova nascita terrena, una reincarnazione che è al contempo una metamorfosi.
Per gli induisti l’anima del defunto viene consacrata a Yamà, dio della morte,e accolta nei regni dell’Oltretomba: “Yamà per primo ha per noi trovato il cammino dell’aldilà, questo pascolo non ci verrà sottratto”.
Nel Buddismo, il fine dell’esistenza è il superamento del ciclo terreno delle reincarnazioni, ma a differenza dell’Induismo, nulla è noto circa il da raggiungere. Infatti il Nirvana, l’Illuminazione, secondo gli antichi testi non è alla portata del discorso razionale.

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Ultimo aggiornamento

12 novembre 2018