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La morte come metamorfosi

Poco meno di un vero e proprio tabù, la morte è un argomento di cui si parla pochissimo. E’ considerata una sorta di evento sfortunato ed ineluttabile, che si può solo sperare di allontanare il più possibile.
Che si tratti della nostra o di quella di una persona vicina, la morte non è che una maledizione da esorcizzare. Non foss’altro che per la paura dell’ignoto di quel futuro inconoscibile che segue il momento delle funzioni vitali, fin dalla notte dei tempi ci si è preoccupati di “accompagnare” il defunto.
In epoca preistorica, questo compito veniva svolto dallo psicopompo, generalmente uno sciamano o uno stregone, che conduceva il defunto nella sua nuova dimora e, soprattutto, si accertava che la sua anima non sarebbe tornata a “disturbare i vivi.
Presso alcuni popoli era in uso, probabilmente come metamorfosi di un antico cannibalismo, il pasto rituale: del defunto venivano mangiate alcune parti del corpo particolarmente simboliche (cuore, fegato, cervello), secondo la credenza che, così facendo, le qualità insite in esse sarebbero passate ai commensali. Ancor oggi abbiamo dei residui , debitamente trasformati, di questo costume preistorico: il pasto che segue la cerimonia funebre, tradizione ancora viva in alcune zone d’Italia, durante il quale si mangia insieme (innocuo cibo, raffigurazione velata dei resti del caro estinto) in memoria di chi non è più fra noi.
Da qui, alla vittoria di Cristo sulla morte, mediante la resurrezione dalla croce, il passo è lunghissimo; e forse non ancora compiuto definitivamente nelle anime, nei cuori e nelle menti di ciascuno di noi. basta pensare, all’impossibilità di accettare con facilità la morte di una persona cara, che riguarda persino i più ferventi cristiani, che pure dovrebbero trovare consolazione al pensiero che ci ritroveremo tutti uniti in un mondo migliore di questo.

MORIRE E’ COME NASCERE ?

La fede non è quindi sufficiente a farci vincere la paura del “dopo”, a colmare la disperazione della perdita. Secondo Benedetto Croce, il pianto di chi resta, le manifestazioni di dolore dei vivi di fronte alla persona amata che li ha lasciati, è il mezzo per superare il trauma del distacco, grazie all’oggettivazione della morte che si realizza proprio attraverso le lacrime. Oltre a questo, l’altro mezzo per superare il lutto è quello di portare a termine le opere di chi non c’è più, realizzando una continuità che salva i sopravvissuti dal pericolo di “morire di dolore”.
Ma non basta. L’essere umano ha la pressante esigenza di dare un senso non solo alla propria vita ma anche alla propria morte. Se questa restasse un “buco nero” senza speranza e senza un fine, tingerebbe di pura desolazione l’intera esistenza.
In effetti l’uomo, anche il più saggio, non si rassegna alla propria estinzione. Ed ecco allora che si rifugia nei Paradisi delle varie religioni, nelle Vie di Salvezza dei diversi credo, oppure nell’idea della reincarnazione e del Karma.
Ma ora si profila qualcosa di diverso all’orizzonte. La nuova spiritualità nascente, la Nuova Era che sta per cominciare e che già penetra nei nostri cuori, ha un’idea nuova della morte e del morire, del passaggio e di ciò che ci aspetta dopo.
Come tutte le tesi della New Age, anche questa coniuga abilmente percezioni extra sensoriali e conoscenze scientifiche. Tra i migliori rappresentanti di questa sintesi, vogliamo citare Elisabeth Kùbler Ross, medico psichiatra ed autrice del libro “La morte e la Vita dopo la Morte”. Questo libro intriso di profondo sentimento e ricco di speranza – anzi di certezza – nel futuro, è una raccolta di conferenze tenute dalla Kùbler Ross in seguito ai suoi studi svolti negli anni sessanta negli ospedali statunitensi, mentre assisteva psicologicamente (in particolare mediante l’ascolto) i malati terminali. Tra questi, ventimila casi di persone uscite dal come hanno aperto una breccia nella conoscenza del “dopo”. I loro racconti, nonostante le differenze geografiche, culturali, sociali e d’età, hanno molti punti in comune, analogie che collimano con quelle rilevate dallo studio analogo svolto da Raymond Moody (La vita oltre la vita).
Passaggio da questa realtà, da questa vita ad un altra, la morte sarebbe dunque un parto. Anche le fasi di questo passaggio di stato corrispondono a quelle della nascita: dopo un primo momento di rifiuto, di dolore e di rivolta, uno stato d’animo di accettazione si impadronisce di noi e ci consente di lasciarci andare. Solo a questo punto potremo intraprendere il cammino che ci porta alla grande luce.
Sulla base delle sue ricerche ed esperienze,confermate da successive percezioni sensitive, la Kùbler Ross ha suddiviso il processo di morte in tre stadi.
Il primo è ciò che lei descrive come la farfalla che esce dal bozzolo, ovvero l’anima che lascia il corpo. Ciò verrebbe percepito come quando ci si toglie il vecchio cappotto invernale perchè è arrivata la primavera.
Immediatamente dopo siamo nel secondo stadio, che ci differenzia dal primo, fisico-corporeo, per la sua caratterizzazione percettiva. Infatti a questo punto si è pura energia psichica, e si è in grado di avvertire tutto ciò che accade intorno a noi: le voci dei parenti, l’affanno dei medici e così via. Per questo si raccomanda di non dire mai cose spiacevoli al cospetto del trapassato. Anzi, non risparmiate di perdonare o di chiedere scusa, oppure di dirgli ancora (o per la prima volta) quanto lo amate: lui può sentirvi.

QUANDO SI MUORE NON SI E’ MAI SOLI

In questa fase inoltre, ci percepiamo perfetti e integri: i ciechi vedono (ed ecco le descrizioni minuziose di non vedenti che, usciti dal coma, raccontano disegni e colori degli abiti delle persone che li hanno soccorsi), i paralitici si muovono e così via. Chi “ritornerà” (ossia quelli che escono dal coma dopo aver già imboccato la strada dell’al di là), ritroverà il proprio corpo di prima, con tutti gli handicap che nell’esperienza di premorte erano scomparsi. Forse per questo, la maggior parte di coloro che sono usciti dal coma confessano che non avrebbero voluto tornare e raccontano di essere stati in una condizione bellissima, di benessere (un sondaggio Gallup del 1982 svolto tra coloro che hanno vissuto questa esperienza, rivela che solo uno su duecentocinquanta è “ritornato” con un’impressione negativa, paragonabile all’inferno). Durante questa condizione di premorte, caratterizzata dalla pura energia psichica, si esce completamente dalla dimensione spazio-temporale. Si possono incontrare persone amate che si trovano in quel momento a grande distanza, oppure che sono morte anche molti anni prima. Una delle cose che dà maggiormente conforto È che non si muore mai da soli. Ad aspettarci oltre la soglia, c’è sempre una persona o un’entità (l’Angelo Custode per esempio) che è passata “di là” prima di noi e che ci ha profondamente amato.
A questo punto, si passa al terzo stadio, che viene descritto come il passaggio attraverso qualcosa, spesso un tunnel o un cancello, al di là del quale ci troviamo avvolti da una grande luce, che non ferisce gli occhi, e dà una sensazione di amore profondo, entrambi talmente intensi da essere indescrivibili. Siamo ora al cospetto dell’Essere di Amore e Compassione, di quell’Entità alla quale ciascuno dà il nome che preferisce. E’ in questa fase che siamo messi in grado di rivivere come in un velocissimo film, tutta la nostra vita, per poterla riconsiderare e raggiungere conoscenza e consapevolezza.
Certo, questa è solo una delle interpretazioni del passagio da questa all’altra vita, ma le differenze tra i vari studiosi o i diversi Maestri non sono poi così grandi e concordano sulle linee essenziali.
Per tutti vale la medesima conclusione: se si instaura un contatto con la parte più profonda di sè e un rapporto sereno con l’idea del trapasso, riusciremo a morire meglio. E se in futuro assisteremo qualcuno che si avvia per quella strada, ricordiamoci che possiamo fare molto per lui. Morire con una persona cara e serena accanto rende il passaggio più facile, e, forse, più fecondo. Come un parto, la morte è la soglia che porta ad un altra vita, magari migliore di questa.

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Ultimo aggiornamento

12 novembre 2018