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Karma e Reincarnazione

Eravamo ancora immersi nella suggestione del “Piccolo Buddha”, il film di Bertolucci, quando giornali e telegiornali ci hanno raccontato del bimbo canadese riconosciuto come la reincarnazione del Lama Tibetano. Come spesso accade, la realtà anticipa la fantasia.
Della reincarnazione, del resto, si parla sempre più spesso. Libri, saggi, articoli di giornale si occupano di questo tema, descrivendo la reincarnazione nei modi più vari e talvolta fantasiosi.
Uno dei tanti segni di come oggi più che mai l’uomo si domandi “chi sono,da dove vengo, dove vado?” Che l’anima sia immortale è patrimonio di tutte le religioni, ma sul suo destino ciascuno ha un’idea differente.
In Oriente prevale ovunque la teoria della reincarnazione: Buddismo e Induismo, le due religioni più diffuse, ci assicurano che abbiamo molte prove e molto tempo a disposizione per guadagnarci il paradiso, che per loro altro non è che la liberazione dal ciclo delle rinascite, la possibilità di non tornare più alla vita nel corpo fisico.
In sostanza, la vita materiale è uno strumento di conoscenza, ma anche e soprattutto un passaggio doloroso, la schiavitù del desiderio, dell’illusione, e del bisogno. Una sorta di purgatorio dal quale dobbiamo cercare di liberarci, per giungere finalmente alla mèta dell’esistenza, che ciascuno dipinge in modi diversi: l’identificazione con un Nulla, percepibile però come una sorta di gioia ineffabile (Buddismo); l’ascesa a un qualcosa di molto simile al nostro concetto di Paradiso, dove restare per sempre alla presenza divina, o ancora, il raggiungimento e la riunificazione con lo Spirito universale, nella definitiva scomparsa degli elementi corporei e individualistici (Induismo). Questo è il Nirvana, la Moksa ( liberazione suprema). Ma che ne pensano le tre grandi religioni monoteistiche?
Le scuole esoteriche e iniziatiche che si rifanno a Cristianesimo, Ebraismo e Islamismo, ovvero Gnosticismo, Kabbala e Sufismo, concordano tutte sul concetto di trasmigrazione delle anime. Secondo molti studiosi, la reincarnazione era riconosciuta anche dalla religione cristiana, dalla quale scomparve “grazie” a Giustiniano, nel 553 d.C., per ragioni ancora oggi sconosciute.
Prima ancora, in Grecia, Socrate, Pitagora e Platone parlavano della trasmigrazione delle anime, convinti che si potesse passare anche da un regno all’altro della natura ( reincarnandosi cioè tanto in esseri umani quanto in animali o vegetali), a seconda dello stile di vita condotto e del grado di coscienza a cui si era giunti.
Questo concetto ci riporta all’Oriente, dove è la legge del Karma che regola il destino delle anime. Si tratta di una norma di causa-effetto, secondo la quale ogni azione produce una reazione.
Che questa sia positiva o negativa ha relativamente poca importanza rispetto al fine a cui anela l’anima, cioè alla liberazione dal ciclo delle rinascite. Già poiché se è certamente meglio provocare un karma positivo, che ci permetterà di rinascere in una situazione migliore e di avvicinarci alla realizzazione ultima, è comunque anch’esso un peso che ci fa di nuovo ritornare in un corpo, nella materia.
Perché ciò non accada più, è necessario imparare ad agire senza desiderio e senza coinvolgimento, in uno stato interiore che assomiglia alla passività ma non è inerzia, in una condizione di distacco che tuttavia non è indifferenza.
Biologicamente il nostro corpo “rinasce” ogni sette anni, periodo durante il quale rinnova completamente tutte le sue cellule. Non è già questa una piccola reincarnazione? Tutto, nel creato, è mutazione, evoluzione, cambiamento, in un ciclo continuo in cui lo scorrere del tempo non è altro che trasformazione. È quasi inevitabile pensare che anche l’anima partecipi a questo flusso in cui ogni cosa ha un ruolo e uno scopo.
A favore della trasmigrazione della anime vengono portate un numero sempre maggiore di prove: racconti di vite precedenti ottenuti in stato di trance o di ipnosi profonda; i cosiddetti dejavu, ovvero istanti percepiti come momenti già vissuti, conoscenza di lingue mai studiate o “ricordi” di fatti antichi dei quali nessuno ha mai parlato prima.

Su questi eventi paranormali si fonda buona parte della moderna letteratura occidentale a favore della reincarnazione.
Ma ci sono anche gli studi profondi dei gruppi esoterici, coloro che ne hanno avuto percezioni durante la meditazione quelli che seguono Maestri illuminati, i fedeli di piccole e grandi scuole spiritualistiche.
Insomma, sono sempre più numerose le persone che credono in una vita dopo la morte, che non sia solo e subito una punizione infernale o un premio paradisiaco all’unica esistenza umana che ci è stata concessa. Si tende sempre più a respingere l’idea che ci sia stata data una sola opportunità, il cui bilancio, attivo o passivo, non abbia alcuna possibilità di essere corretto, modificato, migliorato. Una vita, anche se lunga e intensa, basta a malapena a imparare a vivere: quando uno arriva finalmente a capire qualcosa su di sé e sul significato della vita, il suo tempo è finito, senza possibilità di appello.
Meglio, quindi, molto meglio credere, o almeno sperare, nella reincarnazione. Ma una volta abbracciata questa “fede”, una domanda si affaccia imperiosamente alla nostra mente: se la vita presente è il seguito di quelle precedenti, come dobbiamo viverla?
E, soprattutto, come dobbiamo viverla in funzione delle vite future?
E i dubbi non sono finiti. Se tutti concordiamo sul fatto che bisogna vivere ogni istante dando il meglio di sé, qualsiasi cosa si stia facendo, perché domandarsi ossessivamente quale karma produrrà la nostra azione?
Forse sappiamo in anticipo che avremmo potuto agire in maniera più corretta o più pura? O, al contrario, a che serve darci la scusante del karma (che in questo caso viene ad assomigliare tanto al concetto di fortuna e di sfortuna) di una vita precedente per qualcosa che sta avvenendo adesso? Non dobbiamo forse vivere il presente, con distacco e consapevolezza?
C’è chi, telefonando a un amico e trovando la linea occupata, non riprovava una seconda volta, in ossequio alla legge del karma: “si vede che non dovevamo parlarci ” E se invece il karma stava mettendo alla prova la sua volontà, la sua determinazione? Dobbiamo essere fatalisti e lasciare che il nostro destino individuale fluisca insieme a tutti gli altri in un unico destino collettivo come gocce in un fiume, oppure cercare di governare la nostra vita per essere migliori e meritevoli di vite future più ricche di risultati?
Forse hanno ragione gli Orientali, i quali sostengono che noi abitanti dell’opposto emisfero siamo troppo attaccati alla logica e alla ragione, alla materia e alla sostanza.
La nostra cultura ci porta al dubbio, alla scelta continua, al protagonismo nevrotico. Siamo nemici della semplicità, che è tanto gradita agli dei. Proviamo dunque a guardare lontano, a immaginare il lungo viaggio della nostra anima nei millenni, a pensare alla morte come a una nuova nascita, a un momento di passaggio da una realtà a un’altra. E lasciamo stare i calcoli meschini del nostro pensiero limitato. Guardiamo dentro di noi, più che fuori di noi, in tal modo quando alzeremo gli occhi al cielo il nostro sguardo sarà più puro.
Anche per quanto riguarda il nostro futuro oltre questa vita, l’ineffabile conoscenza spirituale si ottiene solo con l’intuizione e il frutto della meditazione.
Così dicono i saggi.

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Ultimo aggiornamento

12 novembre 2018