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Diavolo di donna

Il 30 aprile 1384, a Milano, ha luogo uno dei primi processi per stregoneria del nostro paese. Ed è subito chiaro come le pratiche stregoniche siano da sempre strettamente connesse con la femminilità.

Uno dei più antichi processi di stregoneria celebrati in Italia si svolge il 30 aprile del 1384, a Milano, alla presenza di padre Ruggero da Casate. L’imputata, moglie di un Lombardo de Fraguliati di Vicomercato, si chiama Sibillia, nome che sembra quasi alludere alle sue attività divinatorie, delle quali viene, tra l’altro, accusata. Sibillia (l’apprendiamo attraverso le antiche carte stilate da un notaio) confessa a padre Ruggero di andare in giro, la sera del giovedì, con una certa Signora oriente e con la sua “società”. Candidamente, ammette di rendere sempre omaggio a Oriente, non credendo assolutamente di commettere peccato.

LA CONFESSIONE
In questi raduni sono presenti, a coppie, anche tutti gli animali esistenti:se uno solo fosse mancato -così sostiene la donna- l’intero mondo sarebbe andato distrutto. Aggiunge che però l’asino non può prendervi parte, perché “portat crucem”. Durante queste riunioni, la misteriosa Signora Oriente risponde a tutte le domande che le vengono poste, predice il futuro e svela cose occulte, azzeccandoci sempre. Così Sibillia, a sua volta, è in grado di rispondere ai quesiti di molte persone, probabilmente dei suoi compaesani. In seguito, tutti insieme, fanno un banchetto a base degli animali presenti, che verranno poi resuscitati dalla Signora Oriente. Non ha mai detto al suo confessore queste cose, riferisce Sibillia, perché non l’ha mai sfiorata l’idea che potessero essere peccaminose.
Padre Ruggero, ascoltata la confessione dell’imputata confermata da “testimoni fide digni”( ci chiediamo cosa possano aver confermato: che era tutto vero? Che era un sogno? Che gli animali resuscitavano? ) condanna Sibillia a una penitenza costituita nel portare indosso due croci rosse e a star ferma in determinati giorni sulla porta di alcune chiese, durante la Messa e la predica.
Ma i guai non vennero mai soli e , sei anni dopo, il 26 maggio, la donna viene riportata in tribunale, con le stesse accusa, davanti a un altro inquisitore, Beltramino da Cernescullo. Anche questa confessione ricalca la precedente, ma Sibillia aggiunge di andare alle riunioni di cui parlava anni prima – e che ora definisce ludum -, “gioco” di Diana, che chiamano Erodiade (quam appellant Herodiadem) da quando era piccola, e di aver sempre fatto reverenza a questa Signora dicendo:”Bene stage Madona Oriente”. Al saluto questa rispondeva sempre: “Ben venute figlie mie” (Bene veniatis filie mee). Beltramino le chiede anche quante volte fosse andata al “gioco” dopo la prima condanna, e Sibillia confessa di averlo fatto solo due volte perché, dopo aver gettato un a pietra in una certa acqua, le fu definitivamente impedito di partecipare “Hai mai nominato Dio, durante il gioco?”, chiese Beltramino alla donna. Ma questa rispose di no, perché “non osano nominare Dio in sua [di Oriente] presenza”

IL CONVITO DEI VIVI E DEI MORTI
Un’altra imputata ai due stessi processi fu Pierina de Bugatis. Anche della sua confessione abbiamo un resoconto fatto nel 1390 dal medesimo inquisitore,che racconta delle stesse riunioni, chiamate ludum Dianae quam vos apelatis Herodiadem (“gioco di Diana che voi chiamate Erodiade”).
In più, Pierina ci informa che, oltre all’asino, anche la volpe è esclusa dal gioco, ma che vi partecipano uomini vivi e morti, decapitati e impiccati. Al solito si uccidono e si mangiano gli animali, ma in seguito le ossa vengono rimesse nelle loro pelli e, colpite dalla bacchetta di Madonna Oriente, gli animali risorgono. Al secondo processo aggiungerà anche che le ossa mancanti vengono sostituite con legno. Al raduno sono insegnate le virtù delle erbe e svelati molti misteri riguardanti le malattie, le cose rubate, i malefici. Pierina inoltre racconta qualcosa di insolito: Oriente e la sua “banda”vanno per le case dei ricchi e qui mangiano e bevono e , là dove queste sono pulite e ordinate, quella le benedice. Sibillia e Pierina furono entrambe condannate a morte perché relapse, recidive.

SCONTRO FRA CULTURE
Questi processi, anche se di “seconda mano”perché riportati in un resoconto dell’epoca, sono particolarmente importanti per vari motivi. Innanzitutto perché ci offrono un quadro delle credenze stregoniche abbastanza antico, risalente alla seconda metà del Trecento,prima quindi dell’epoca delle grandi persecuzioni che avverranno due o tre secoli dopo. Vediamo dunque le varie “superstizioni” delle imputate, soprattutto quella che riguarda la “Società di Diana”, ancora parzialmente libere dalle griglie interpretative elaborate dai vari trattati, che tenderanno a vedere il diavolo dappertutto e a riunire ciò in cui credevano gli imputati sotto le stesse etichette di diabolismo, satanismo e quello che sarà infine riconosciuto con il concetto cumulativo di “stregoneria”.
In secondo luogo, nei “dialoghi” tra Pierina, Sibillia e l’inquisitore Beltramino, possiamo vedere dal vivo l’incontro/scontro tra due culture diverse e lontane, due mondi che sembrano ancora non conoscersi bene, dove uno tenta di incorporare o omologare l’altro. Non sono mancati storici che hanno voluto vedere in questo diffuso atteggiamento una costante, un meccanismo elaborato poi in una teoria storiografica che ha visto nella stregoneria un’origine tutta ecclesiastica: in altre parole la strega , la sua nascita, sarebbe il prodotto della diabolizzazione forzata, da parte delle elitès colte, di credenze, atteggiamenti e superstizioni preesistenti nelle campagne e nei luoghi periferici dell’Europa. Una teoria dell’acculturazione, questa, che sembra essere un rifacimento accademico del più semplice e antico parere di Reginald Scot, che nel suo The Discoverie of Withcraft, del 1584, scriveva: “La credenza nelle streghe non è che una costruzione operata dai predicatori che hanno rifuso insieme i racconti delle nonne ,le storie popolari, le finzioni dei poeti”.

LA SIGNORA DEL GIOCO
Ma osserviamo meglio questo meccanismo di cui diciamo, tra le righe vergate dal notaio Hermenzarius. In realtà le due donne, nel primo processo del 1384, hanno definito la “Signora del gioco” Madonna Oriente (o Horiente). Questi altri nomi che vedremo apparire in seguito, Diana, Erodiade (quam vos apelatis Herodiadem), sembrerebbero un’aggiunta di Ruggero da Casate, che all’epoca del secondo processo, nel 1390, era già defunto.
Siamo di fronte, probabilmente, a un caso di interpretatio del giudice: di fronet a “storie” che non gli sono familiari (Oriente, con l'”acca” o senza?), corre ai riapri nelle rassicuranti citazioni di più seri testi teologici che sembrano trattare gli stessi argomenti, primo tra tutti il Canon Episcopi, del X secolo, che parla proprio di donne che vanno al seguito di Diana. Sembrerebbe quasi che Ruggero abbia proiettato il suo sapere e le sue conoscenze su quel faraginoso insieme di credenze folcloriche che riportavano le imputate. In un altro luogo, non in un’aula di tribunale, avremmo potuto anche ammirare il suo acume, quell’aver cioè collegato, contaminato, le storie di Pierina e Sibillia con un mondo di credenze molto più ampio, antico e diffuso, soprattutto con quella che vedremo essere la “Società di Diana”. Potremmo anche farlo ma, quello stesso acume, anzi, proprio quelle stesse conoscenze di Ruggero, e, più ancora di Beltramino, hanno fatto condannare le due donne. È il caso di dire, come scriveva Michel de Montagne, “dopotutto arrostir vivo un uomo vuol dire mettere un prezzo ben alto alle proprie congetture”.

ECHI ANCORA VIVI
Ma quelle di Rugggero non furono soltanto ipotesi personali di un pur dotto uomo di Chiesa. Quello che si affaccia tra le righe degli atti del processo è un quadro ben più ampio, coerente anche se non compatto, di credenze popolari tradizionali diffuse in Europa da vari secoli e i cui echi sopravvivono ancora oggi in forme attenuate, contaminate, talvolta commercializzate. Stiamo parlando di figure, di spiriti protettori e benefici, immaginati in genere come esseri femminili, e in stretto contatto con le anime dei morti, che talvolta guidano una sorta di esercito o una vera e propria “caccia infernale” o selvaggia. Donne-anime che sembrano sopravvivere ancor oggi in quelle misteriose, un po’ streghe, un po’ fate, “donne di fora”, “donne di casa” o “di notte” siciliane, nella Bella ‘mbriana che sopravvive nelle case dei Napoletani, o sotto altre forme o nomi in varie zone d’Europa. O magari, ma in un modo appena riconoscibile, in quella vecchina a cavallo della scopa che porta cose buone ( o carbone) ai bambini: la Befana.
Ma andiamo con ordine, e cerchiamo di dare un nome e una fisionomia a queste donne volanti guidate da una misteriosa Signora.

APPENDICE: L’ASINO E LA VOLPE
Quando Sibillia confessa che al ludum non era presente l’asino, riprende certamente una credenza diffusa anche nel Medioevo italiano, che vedeva in questo animale a stretto contatto, se non con il sacro, per lo meno con la santità. Molti furono infatti i santi che preferirono l’asino al cavallo, cavalcatura questa certamente preferita dalla nobiltà e quasi in contrapposizione, in “duello agiografico” con quella. Gli stessi membri del ceto ecclesiastico, anche di lato rango, usavano l’asino come cavalcatura, volendo così distinguersi dai ricchi cavalieri che governavano costosi destrieri riccamente bardati.
L’asino, che una fantasiosa etimologia di Isidoro di Siviglia, vorrebbe connesso al verbo “sedere”, non era soltanto una prova e un distinto di umiltà. In realtà questo cocciuto animale era realmente più utile del cavallo nel trasporto di tutti coloro che non avevano ragioni belliche., agonistiche o di dimostrazione dello status sociale.
L’asino poteva infatti trasportare per sentieri quasi inaccessibili e montuosi, per lungo tempo, anche persone che non avevano alcuna pratica di equitazione, soprattutto gli ammalati. Lo stesso San Francesco, come racconta il suo biografo Tommaso da Celano, “tanto era vivo il suo amore per la salvezza delle anime, che per conquistarle a Dio, non avendo più la forza di camminare, se n’andava per le contrade sulla groppa di un asinello”.
Meno chiaro è invece il motivo per il quale, secondo Pierina, la volpe non potesse partecipare alle riunioni notturne. Pur con le dovute cautele, visto che spesso gli animali sono dotati di simbolismi ambivalenti, la volpe nell’arco del medioevo sembra appartenere alla schiera degli animali demoniaci, la cui proverbiale astuzia viene sempre collegata al diavolo. Lo stesso Dante, ogni volta che citerà al volpe lo farà in senso negativo: “…l’opere mie/ non furon leonine, ma di volpe”, confessa Guido da Montefeltro nell’Inferno, mentre nel Purgatorio i Pisani sono paragonati a questi animali ” volpi sì pien di froda/ che non temono ingegno che le occupi( intrappoli). 

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Ultimo aggiornamento

16 settembre 2019