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I nuovi carnefici

Alla fine del XVI secolo, gravi carestie e una generale crisi economica producono un’ansia diffusa e un inasprimento dei conflitti personali. E, puntualmente, si assiste alla recrudescenza dei processi per stregoneria.

La relativa sospensione della caccia alle streghe di cui abbiamo parlato, sembra interrompersi verso la fine del Cinquecento. Potrebbero essere visti come indici di questo cambiamento sia la ristampa del Malleus del 1576 (non accadeva dal 1520) sia la pubblicazione del Flagellum di Nicola Jaquier , che fino ad allora aveva circolato solo manoscritto. Quel parziale scetticismo sembra nuovamente scomparire, affossato da personaggi e opere che riportano la realtà delle streghe in primo piano. Inoltre, questo fu un periodo di grande instabilità in molte zone dell’Europa, sia da un punto di vista politico, sia economico. Alle continue inflazioni e crisi commerciali, la cosiddetta crisi della produzione, si aggiunse una serie di carestie, delle quali la più dannosa fu proprio nell’ultimo decennio del Cinquecento. È probabile che tutto ciò favorisse uno stato di ansia generale e aggravasse in qualche modo i conflitti personali che, come abbiamo visto, sfociavano facilmente in accuse di stregoneria.

IL CASO DI REINE PERCHEVAL
Un caso concreto di come si sviluppavano le accuse, indipendentemente ormai dai giudici, lo abbiamo con la storia di Reine Percheval, che ebbe la sfortuna di essere vedova, nel 1599, a Bazuel, nella regione francese del Cambresis.
I suoi vicini, quell’inverno, vivono una strana inquietudine, sono turbati da una serie di incidenti che appaiono misteriosi : gli animali muoiono senza una causa conosciuta, incidenti di vario tipo si susseguono senza tregua e le cose non sembrano mai andare per i verso giusto. In un modo altrettanto misterioso, e doloroso, muore la loro bambina. Ricordando le analisi di Macfarlane e sapendo che Reine era vedova, e probabilmente molto povera, riusciamo forse a capire meglio perché suo genero l’accusi dell’omicidio occulto della bambina. Ma i guai di quell’anno a Bazuel non vengono solo per i poveri: anche un notabile del luogo soffre da tempo di una “estrange maladye”. Che non fosse un razionalista convinto lo dimostra il fatto che andasse a curarsi da una guaritrice locale e quando questa, per motivi che non conosciamo, riconobbe la causa del male in Reine, ci credette. Le dicerie nei villaggi si diffondono in fretta, passando di bocca in bocca e gonfiandosi sempre a ogni passaggio. Non ci volle molto, e i gendarmi vennero ad arrestarla per portarla in una cella dalla quale sarebbero uscite solo le sue ceneri.

IL RICORSO AI PENTITI
La recrudescenza delle accuse e dei processi non fu solo un fenomeno popolare: anche i dotti parteciparono con le loro più o meno sottili disquisizioni, primo fra tutti Jean Bodin (sec. XV), professore di diritto romano e procuratore generale del re di Francia. Questi più volte dimostrò di essere una delle menti più aperte alla tolleranza religiosa: la sua opera Heptaplomores è forse una delle più moderne per arditezza di pensiero e annunciatrice di un’ideologia preilluministica della tolleranza. Eppure lo stesso uomo pubblica, nel 1580, quello scandalo della fede e della giurisprudenza che è De la demonomanie des sorciers.
Se è possibile, Bodin va oltre il Malleus, non solo perché esorta i giudici ad accettare la delazione occulta o giunta per lettera anonima, ma perché ammette le dichiarazioni accusatorie anche dei complici del medesimo crimine, invitando il giudice a promettere (e a concedere) loro l’impunità.
Se i denunzianti temono di dire la verità in presenza di altre persone, “il giudice faccia nascondere due o tre persone dietro una tenda, affinchè odano le deposizioni e scriverle”. S invece dovessero apparire recalcitranti, si ricorra senza indugio alla tortura, aggiungendo qualche suggerimento, che suona addirittura come compassionevole di fronte a tante barbarie: si lascino stare a lungo le sventurate davanti agli strumenti di tortura, perchè il terrore si impadronisca di loro e, prima di farle entrare nella camera di tortura, si faccia gridare qualcuno in modo disumano, per spaventarle…
Bodin aveva da poco terminato di ammassare sconcezze di tal genere in forma di trattato, quando ebbe tra le mani l’opera del Wier, che gli offrì l’occasione di tentare di stroncare per sempre quel medico” ignorante e pessimo letterato”, il quale “si è armato contro l’honore di Dio stesso”. E non finisce qui, rincarando la dose con insulti di ogni tipo , additandolo all’universale esecrazione e non concedendogli altro che “giudicare del colore delle orine et altre cose simili”, ingiungendogli “di non toccare le cose sacre, né dir contra alle leggi divine et humanae”

NOVECENTO ROGHI PER UN GIUDICE
Ormai questi nuovi giudici non stanno più a ricercare qualcosa, sono certi di tutto ciò che affermano: che il diavolo è dappertutto, che le streghe circondano gli uomini come visibilissimi microbi, pronte a nuocere. Tali furono le convinzioni di Nicolas Remy, giudice che recava danno al tribunale di Nancy dal 1576 al 1590, per poi diventare procuratore generale della Lorena. È rimasto famoso, oltre che per aver scritto nel titolo della sua opera, con orgoglio, di aver mandato al rogo circa 900 streghe e stregoni, solo tra il 1576 e il 1591, anche per un’abitudine che descrive la sua ferocia: i bambini che, secondo le confessioni dei genitori, erano stati condotti al sabba, usava fustigarli sulle spalle nude di fronte a quelli che bruciavano.
Rispetto al suo collega, Henri Boguet, morto nel 1619, fu più clemente. Lui, di streghe, ne fece bruciare solo 600, quante bastavano per accreditargli l’esperienza che infuse nella sua opera Discours execrable des sorciers ( 1602). D i lui , diremo solamente che la sua famiglia pare abbia fatto distruggere, con disgusto e vergogna, quante più copie potè del Discours.
Anche per tentare di arginare il dilagare della Riforma, Paolo III con la bolla licet ab inizio centralizza l’Inquisizione e crea il famoso tribunale roamano dela Santo Uffizio, nel 1542.

I TRIBUNALI DEL SANTO UFFIZIO
Di lì a poco, sotto la guida dell’inquisitore Gian Pietro Carafa, poi papa Paolo IV, questa istituzione papale comincerà ad applicare una politica repressiva verso gli oppositori e i dissidenti religiosi in Italia; alla sua morte il popolo inferocito distruggerà il palazzo dell’Inquisizione di Roma e libererà i prigionieri che affollavano Castel Sant’Angelo, bruciando parte dell’archivio del Santo Uffizio. Pio V (1565 – 1572) e Sisto V 81585 – 1590) ampliarono i poteri dell’Inquisizione e in particolare le affiancarono la Congregazione dell’indice dei Libri Proibiti, istituita nel 1571 con il compito di censurare la stampa. L’Inquisizione italiana, come quella spagnola, si occupò soprattutto di manifestazioni ereticali, in particolar modo di quelle intellettuali, come dimostrarono i processi a Tommaso Campanella, a Giordano Bruno e a Galileo, che furono solo i più noti.

L’ALTOLÀ DEL CARDINALE
Nonostante tutto, e sempre relativamente al periodo, nella seconda metà del Cinquecento, l’Inquisizione sembra essere più comprensiva e capace di buon senso, dando spesso prova di una relativa indulgenza, soprattutto per quei reati religiosi non connessi all’eresia protestante. Lo conferma il rimprovero, scritto il 21 dicembre 1602, del cardinale Camillo Borghese (futuro papa Paolo V) al vicario dell’inquisitore bolognese, il quale sosteneva “che le cause delle superstizioni, incantesimi et fattucchierie non si possano conoscere nel tribunale di Sua Signoria ma debbano rimettersi al Santo Officio”. Il cardinale lo invitò seccamente a recedere da “queste novità, dovendo sapere molto bene che gli Ordinarii non sono obbligati a comunicare li processi agl’Inquisitori in simili cause se non quando sapiunt heresim manifeste”. Queste ultime tre parole vogliono certamente alludere alla vecchia bolla di Alessandro IV, che il vicario aveva probabilmente dimenticato.
La Chiesa, confortata dal concilio di Trento, vuole mettere ordine nelle credenze dei fedeli, soprattutto in Italia, la “patria” del cattolicesimo, dove però erano ancora presenti starne credenze popolari o anche casi di superficiale cristianizzazione, come ebbero a constatare i Gesuiti secenteschi al Sud, dove scrissero di aver incontrato i veri “Indios de acqì”.
Al Nord, precisamente in Friuli, alcun inquisitori registrarono pure la sopravvivenza di credenze, molto antiche, fino ad allora (e poi fino a quando Carlo Ginzburg non ne rinvenne gli atti dei processi) sfuggire alla loro pur vigile presenza. Di colpo, ritorniamo a quelle “strane storie” ascoltate da Pierina e Sibillia, due secoli prima.

I BENANDANTI
Il 21 marzo 1575 nel convento di San Francesco di Cividale del Friuli, don Bartolomeo Sgabarizza, parroco di un paese vicino, Brazzano, riferisce al vicario generale monsignor Jacopo Maracco e frà Giulio d’Assisi, inquisitore nelle diocesi di Aquileia e Concordia, che un tale Paolo Gasparutto dice di essere un “beneandante”. Costoro, i beneandanti, spiegherà il Gasparutto senza alcuna esitazione, sono uomini e donne che,essendo “nati con la camicia” (cioè avvolti nell’amnio), sono costretti ad andare quattro volte l’anno di notte, durante le Quattro Tempora, combattere “in spirito”, armati di mazze di finocchio contro streghe e stregoni armati di canne di sorgo: la posta in gioco è la fertilità dei campi. “Et se noi restiamo vincitori – specifica meglio un altro benandante, il Moduco, detto “Gamba Secura” – quello anno è abbondanza, et perdendo è carestia in quell’anno”
Il vicario e l’inquisitore, attoniti, si trovano improvvisamente di fronte a un antichissimo rito di fertilità modellato sulle principali vicende dell’anno agricolo.

ACQUA CHIARA PER IL SABBA
Gasparutto e “Gamba Segura” probabilmente non conoscevano gli atti del processo di Pierina e Sibillia, ma confessarono anche loro che “quando le streghe, stregoni et vagabondi tornano da questi giochi pieni di caldo e stanchi, nel passar dalle case se trovano acqua chiara e netta nelli sechi la beveno, s’anco non vano alla cantina et metono sotto sopra tutto il vino”. Per questo è bene, spiega Gasparutto, tenere in casa dell’acqua pulita. Probabilmente per lo stesso motivo per i quale Pierina assicurava che Madonna oriente benediceva le case quando le trovava pulite(“quando inveniunt domos bene spaziatas et ordinatas”)
I due uomini di Chiesa non capiscono, sono interdetti: la letteratura demonologia, gli archivi, i loro colleghi non dicono nulla a riguardo di questi strani benandanti e delle loro riunioni notturne. La voce più simile che conoscono, a cui arriva la loro memoria, è il sabba, le riunioni notturne a base di orge e banchetti cannibalici che le streghe raggiungono sul groppone di animali fantastici o di misteriosi e scivolosi baculi, non altro. Ci metteranno quasi un secolo, gli inquisitori, ma alla fine faranno confessare ai contadini friulani ciò che volevano fin dall’inizio: le Tempora, le battaglie, la fantasiosa ricchezza dei racconti, dei culti di fertilità, tutto scompare dietro al loro modello demonologico, dentro a quel carosello fosco e nauseabondo che chiamano sabba. I benandanti diventano una curiosa variante della setta stregonesca. Non senza qualche dubbio da parte degli inquisitori che, il 12 febbraio del 1645, scrivendo di un altro imputato, Olivo caldo, notavano che “tutto quello che li veniva suggerito, tutto confessava; dal che fu stimato che esso reo, conforme si vede dalla serie del processo, in tutti li sui consituti esser stato vario et vacillante,et essersi sempre rimesso a quanto le veniva suggerito..”

EPIDEMIE DEMONIACHE
Sono più o meno le stesse conclusioni a cui era giunto un altro inquisitore, un uomo cristiano che, riferendosi alle “sue “streghe, scrisse all’Inquisitore Generale della “Suprema” spagnola: “Non ci furono né stregoni né stregati nel paese fino a che non si cominciò a parlare e scrivere di loro”. Quest’uomo saggio, che scriveva nei Paesi Baschi nel 1612, era l’inquisitore Alonso de Salazar Frias. Ma i dubbi non bastano a far cessare le persecuzioni, che incrudeliscono proprio nel terzo decennio del Seicento. Gli ultimi due anni di questo periodo, in Alsazia, Lorena e in Franca Contea si svolsero vere e proprie “epidemie demoniache”, come sono state definite. In quest’ultima regione, inoltre, ne iniziò un’altra nel 1657 dopo che gli inquisitori ebbero affisso una lettera in ciascuna parrocchia che sollecitava i fedeli a fornire informazioni su ogni attività stregonica di cui fossero a conoscenza. Bamberga fu teatro di una delle più spietate persecuzioni del secolo. Il merito va in buona parte al principe – vescovo Johann Georg von Dornheim, detto anche “vescovo delle streghe”, per le sue 600 esecuzioni, avvenute tra il 1623 e il 1633. Tra le sue vittime più illustri vi fu anche il borgomastro della città, Johannes Julius, reo confesso di aver stretto un patto con Satana in persona. Prima di andare incontro alla sua mortale condanna riuscì a far pervenire una lettera alla figlia in cui giustificava per quella confessione, data sotto una tortura”che mi è stata inflitta più di quanto io possa sopportare”, scrisse.

Contro La Tortura
Contro la tortura, il suo uso smodato e i suoi risultati falsificanti, venne pubblicato il volume, dapprima anonimo, poi firmato dal gesuita Friederich von Spee da Kaiserwerth, Cautio criminalis seu de processibus contra sagas, del 1631. Spee era stato confessore delle streghe nei vescovati di Bamberga e di Erbipoli e da questo doloroso incarico gli vennero la convinzione della loro costante innocenza e, racconta egli stesso, anche i capelli bianchi. Nel suo libretto, destinato agli inquisitori, ai giudici e ai predicatori, il gesuita, con metodo scolastico e con un’incalzante successione di argomenti, demolisce a una a una le tecniche procedurali correnti, dimostrandone gli errori e la loro fallace e negativa azione sulla libera volontà degli imputati. In particolar modo la tortura, applicata massicciamente, causa dolori talmente forti che gli imputati, pur di sottrarvisi, confessano crimini che non hanno commesso ma che vengono insinuati nelle loro menti dagli stessi inquisitori. Non che Spee neghi la realtà dei delitti imputati alle streghe, e neanche la loro esistenza. Raccomanda però di condurre i processi secondo il diritto, la ragione e la carità. Già in fase di interrogatorio, infatti, i giudici, grazie al potere dei tormenti della tortura, suggeriscono costantemente le risposte dei torturati: nomi di persone, luoghi, avvenimenti, circostanze. Arrivano anche a promettere che confessando ciò che il giudice vuole essi trarranno l’impunità. Spee arrivava a giurare sulla sua fede che nessuna delle donne da lui assistite prima del supplizio si poteva dire, tutto sommato, colpevole.

PRESUNTA INNOCENTE (appendice)
Il padre gesuita Frederich von Spee è tre i più coraggiosi e lucidi oppositori delle tesi di Sprenger, Institor, Bodin, Remy e Del Rio, tutti fermi credenti nella realtà della stregoneria. Nella sua opera, Cautio criminalis seu de processibus contra sagas, pubblicata anonima nel 1631, invoca una maggiore comprensione per quelle povere donne che, in realtà, avrebbero bisogno di cure mediche che di carnefici. Lo Spee era stato confessore delle streghe e da questo aveva ricavato la consapevolezza della loro costante innocenza. Stupiscono la lucidità e modernità delle sue osservazioni ma, soprattutto, quel senso di umanità e di compassione che pervade l’opera di questo onesto ministro di Dio e della giustizia. “Intendiamo, ora, esaminare un caso: la procedura a carico di una povera donna, Gaia, sulla quale gravano solamente sospetti e niente di sicuro. I giudici, per fare in modo che il processo non sembri basato su indizi insussistenti, si pongono una questione. La vita di Gaia, si domandano. È quella di una persona cattiva o al contrario, è una vita condotta rettamente? Se cattiva, essi affermavano, ciò è già un indizio sufficiente per la condanna.
Se la vita di Gaia è retta, questo fatto non significa niente. Si sa, sostengono, che le streghe sono solite dissimulare la loro malvagità e fingersi buone.
Gaia è condotta in carcere. A questo punto, si pone un altro dilemma: la donna mostrerà timore o rimarrà tranquilla? Se avrà paura , ciò è già stimato un forte indizio di realtà. E’ la sua stessa coscienza a incolparla, dicono. Se, al contrario, resterà tranquilla, ciò è una prova di colpevolezza. E’ abitudine della strega proclamarsi innocente e andare a testa alta, dicono.
“Gli accusatori” minacciano coloro che vogliono prendere la parola a favore dell’imputata di coinvolgerli nell’imputazione. I giudici li ammoniscono a essere chiamati protettori delle streghe.
I suoi argomenti (di Gaia) non sono esaminati. La strega è ricondotta in carcere. Se continua a difendersi, un nuovo indizio di colpevolezza si affianca agli altri, raccolti precedentemente. I giudici affermano che, se non fosse strega, non sarebbe tanto ciarliera…

L’IMPORTANZA DEGLI ARCHIVI (Appendice)
Gli archivi sono fondamentali per l’inquisitore che, grazie a questi, può trovare prove di colpevolezza o complicità in registri precedentemente compilati, colpendo i presunti sospetti o i suoi familiari. Ma queste fonti inesauribili di dati spesso sono andate perdute. Già nel 1235, ad esempio, fu distrutto l’archivio di Tolosa, dopo che vennero espulsi gli inquisitori e i Domenicani. Quelli di Caunes, invece, vengono rubati e dispersi l’anno dopo, mentre nel 1242, ad Avignonnet, tutti i registri presi ai giudici vengono venduti ai Catari. Ma la Chiesa non si scoraggia. Il papa Innocenzo IV, in relazione all’episodio di Caunes, nel 1248 ordina che si continui a lavorare e che si ricostruiscano i documenti in base a nuovi interrogatori. Gran parte degli archivi furono distrutti con il tempo ma, per lo meno in Francia, il ministro di Luigi XIV Jean- Baptiste Colbert ordinò la copiatura di gran parte dei testi originali conservati ancora nei depositi dell’inquisizione di Tolosa e di Carcassonne. Oggi quelle copie sono alla Biblioteca Nazionale di Francia.

IL PAPA, L’INQUISITORE E I COMUNISTI
Dopo tanti secoli, finalmente anche la Chiesa ha compiuto il suo autodafè. Con un gusto che ricorda quei tempi lontani, lo ha fatto pubblicamente, attraverso le parole di un papa, Giovanni Paolo II:”Come tacere delle tante forme di violenza perpetrate nel nome della fede: guerre di religione, Tribunali dell’inquisizione e altre forme di violenza ai diritti della persona?”. Ancora, secondo quel modello di “comparativismo etnologico” che contrassegnò le deduzioni di Beltramino e dei suoi colleghi, il papa ravvisava strette analogie tra i metodi dell’inquisizione e le modalità procedurali di altri regimi: “è significativo che tali metodi coercitivi siano stati applicati dalle ideologie totalitarie del XX secolo”.
Tale identità non risulta assolutamente essere peregrina, bastando a dimostrarlo la comparazione tra i formulari dell’inquisizione spagnola nel 1598 e gli interrogatori condotti nella Cina comunista degli anni Sessanta del novecento. Nel primo caso, dopo l’avvertimento di rito che “in questo Santo Uffizio non si usa imprigionare persona alcuna senza sufficienti indizi che essa abbia detto, fatto o commesso – o visto fare, dire e commettere da altre persone – cosa che sia o che appaia contro la Nostra Santa Fede…”, l’Inquisitore ammoniva l’imputato a svelare tutto ciò che sapeva in breve tempo, così che la causa si potesse concludere velocemente e gli venisse concessa la grazia, accordata ordinariamente a coloro che facevano una confessione completa prima che fossero rivelate le accuse. Nel secondo caso, quello dei tribunali cinesi, l’esaminatore inizia il processo con le seguenti parole:”Il Governo non arresta mai un innocente..il Governo conosce tutti i tuoi crimini..Fai quello che vuoi, ma se confessi tutta la tua causa si concluderà rapidamente e presto sarai rimesso in libertà..”. 

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Ultimo aggiornamento

19 agosto 2019