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Il mistero dei misteri

TRA XII E XIII SECOLO, LA LETTERATURA ACCOGLIE LEGGENDE A SFONDO MAGICO, NATE DA TRADIZIONI ANCHE MOLTO LONTANE. COME LE AVVENTURE DEI CAVALIERI DELLA TAVOLA ROTONDA, IMPEGNATI NELLA MISTICA RICERCA DEL SANTO GRAAL.

A cavallo tra i secoli XII e XIII, autori come Walter Map (De nugis curialum) e Gervasio di Tilbury (Otia imperialia) riferivano nelle loro opere una serie di leggende a sfondo magico l’origine delle quali è spesso difficile da rintracciare, in quanto sembrano accorpare tradizioni e motivi di provenienza assai varia. In questo periodo, insomma, ci troviamo di fronte a un generale rimescolamento di quei filoni – il greco -ellenistico, il latino, il celtico, il germanico: ovviamente con una costante presenza ebraico -cristiana – che avevano contribuito a formare la base culturale dell’occidente medievale.
La figura di Virgilio, che l’esegesi prevalente fra i secoli V e XI aveva presentato come una sorta di profeta dell’avvento di Cristo, sottraendolo dunque al contesto pagano, divenne progressivamente un filosofo e – soprattutto – un mago: inventa infatti oggetti dalle proprietà meravigliose, o un giardino nel quale non piove mai. Nello Speculum istoriale, Vincenzo di Beauvais riprendeva la storia delle statue di Roma dedicate ai popoli sottomessi, attribuendone la costruzione allo stesso Virgilio.

ARTURUS REX
Allo stesso modo, la cosiddetta “materia di Bretagna”, seppure improntata a un sostanziale spirito cristiano, mostrava il continuo emergere di motivi folclorici di varia provenienza. Il personaggio di Artù, intorno al quale ruotava la tradizione bretone, aveva forse qualche appiglio nella realtà storica. Già nel VIII-IX secolo l’Historia Britonum di Nennio nominava un “Arturus Rex”: oggi si tende a ritenere che si trattasse – lo attesterebbe anche l’iscrizione funeraria – di un funzionario romano della Britannia, Lucius Artorius. Nella seconda metà del secolo X gli Annales Cambriae parlavano di una vittoria riportata dai Britanni contro i Sassoni nel 516 o 518, durante la quale il Re Arturus avrebbe portato per tre giorni consecutivi sulle spalle la croce del Cristo. Le tradizioni arturiane sarebbero state raccolte verso il 1135 dalla Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth per la seconda edizione di un suo scritto, il De antiquitate Glastoniensis Ecclesiae,redatto tra il 1135 e il 1137 e nel quale al leggenda arturiana appare nella sua sostanziale interezza.
L’opera di Goffredo, ben presto tradotta dal latino nella lingua d’oil, ebbe rapida circolazione tanto nel mondo anglo – normanno quanto in quello francese: a essa si ispirava nel 1155 il Roman de Brut di Wace, dedicato a Eleonora d’Aquitania, nel quale si descriveva la Tavola Rotonda dove i signori prendevano posto, tutti cavalieri, tutti uguali. Essi avevano alla tavola un seggio ciascuno uguale agli altri e venivano serviti alla stessa maniera; nessuno poteva vantarsi di essere assiso su uno scranno più alto di quello di qualunque altro.

COPPA O RELIQUIA?
Tutti i romanzi incentrati sui cavalieri della Tavola rotonda e sulla loro “cerca” del Santo Graal evidenziavano la stessa emergenza di motivi folclorici:se l’elemento culturale celtico sembra a volte prevalente rispetto ad altri, bisogna dire che i simboli che compongono le leggende graaliche erano soggetti a essere interpretati alla luce di differenti tradizioni culturali. A cominciare dal Graal medesimo, visto sia come una magica coppa dell’abbondanza – e dunque con ascendenze celto – germaniche-, sia come il calice nel quale era stato raccolto il sangue del Cristo durante la Passione.
Nel corteggio durante il quale ai cavalieri veniva mostrato il misterioso Graal compariva poi una lancia dalla punta insanguinata: ebbene anch’essa poteva essere vista come un simbolo di regalità di ascendenza precristiana, oppure come la Lancia con la quale Longino aveva ferito il Signore, e dunque come un’altra reliquia cristica.
Il successo della “materia di Bretagna” ne estese i confini ben oltre l’Inghilterrra e la Francia. In Germania, il poeta duecentesco Wolfram von Eschenbach affermava di essersi ispirato alla tradizione provenzale per il suo Parzival, in cui in realtà faceva confluire numerosi elementi mistico – cristiani e germanici, fusi insieme ad altri di origine orientale, forse persiana. Il suo Graal non era più un contenitore, ma una pietra preziosa, la Pietra Angolare figura del Cristo stesso, associata in area germanica a quella incastonata nella corona imperiale, ma anche interpretabile come “pietra filosofale” (il che ha consentito uno stretto collegamento con la cultura arabo – musulmana o persiana).
Gli stesi confini geografici in cui avevano luogo le avventure dei cavalieri della Tavola rotonda si ampliavano man mano che il successo del ciclo si accresceva: per esempio, la leggenda dell’immortalità di Artù, di probabile origine bretone, trovava una curiosa estensione per così dire “esotica” in alcuni romanzi – per esempio il Floriant et Florete – , nei quali era contenuta una predizione della fata Morgana secondo la quale Artù non sarebbe morto, ma avrebbe abitato per sempre nel suo castello all’interno dell’Etna.
La diffusione ampiamente europea di questi temi va collegata non solo alla circolazione delle opere in cui essi erano narrati, ma anche all’accresciuta circolazione delle genti.

Nel Castello Di Re Pescatore
Il Perceval di Chrètiene de Troyes, primo fra i romanzi graalici, fu composto verso la fine del XII secolo. “Mentre parlano di questo e dell’altro, un valletto viene da una camera, e tiene una lancia lucente impugnata a metà dell’asta. Passa tra il fuoco e coloro che sono assisi sul letto. E tutti i presenti vedono la lancia chiara e il ferro bianco. Una goccia di sangue stillava dalla punta di ferro della lancia. Il giovane ospite vede tale meraviglia e si trattiene dal domandarne ragione. E’ perché rammenta le parole del maestro di cavalleria. Non gli insegnò che non si deve mai parlare troppo? Porre domande sarebbe villania. Non dice parola.
Una fanciulla molto bella, slanciata e ben adorna veniva coi valletti e aveva tra le mani un Graal. Quando fu entrata nella sala col Graal che teneva, si diffuse una luce sì grande che le candele persero chiarore, come stelle quando si leva il sole o la luna. Il Graal che veniva avanti era fatto dell’oro più puro. Vi erano incastonate pietre di molte specie, le più ricche e le più preziose che vi siano in mare o in Terra.
“Il giovane ospite”, Perceval, è cresciuto all’oscuro dei costumi cavallereschi, ha da poco ricevuto i primi insegnamenti sul modo di combattere e sull’etica del cavaliere: risparmiare il nemico inerme, astenersi dal parlar troppo, assistere i bisognosi, serbare la fede e pregare.
Forte di tali precetti Perceval, arriva nel castello del cosiddetto Re Pescatore, dove ha luogo la misteriosa processione del Graal, che si ripete più volte durante il banchetto. Un Graal “tutto scoperto” passa a ogni portata, e il giovane desidererebbe chiedere che cosa significhi la scena e cosa sia quel Graal; ma, ben ricordando gli insegnamenti di discrezione impartitigli, non osa porre alcuna domanda.
Al mattino seguente, il castello è vuoto. Perceval si ritrova da solo; sconcertato riparte e dal casuale incontro con una fanciulla nella foresta apprende che il Re Pescatore è gravemente ferito: se gli avesse posto la domanda relativa alla natura e alla funzione del Graal, quegli sarebbe stato risanato. L’errore di Perceval deriva da una colpa, l’aver fatto morire di dolore la madre quando l’aveva abbandonata per dirigersi alla corte del re Artù. Dopo altre avventurose vicende- che si intrecciano con quelle di un cavaliere della Tavola Rotonda, Galvano- il giovane gallese perviene a un eremo nel quale incontra un santo anacoreta. Questi gli rivelerà di essere fratello di sua madre e del re al quale è servito il Graal, il cui contenuto un’ostia: “Quest’ostia sostiene e conforta la sua vita, tanto essa è santa, ed egli stesso è sì santo che nulla lo fa vivere se non l’ostia del Graal”.
Dopo questa rivelazione, Perceval resta presso lo zio eremita e conduce una dura penitenza per espiare i suoi peccati. In tal modo l’educazione cavalleresca del giovane folle si perfeziona grazie all’affinamento dello spirito. Per molte pagine successive il romanzo prosegue parlando delle avventure di Galvano, per poi restare incompiuto: nei secoli successivi molte furono le continuazioni, rivolte soprattutto a chiarirne i contorni e a creare un finale. I pochi versi relativi all’apparizione del Graal nel castello del Re Pescatore e quelli successivi, sull’ostia contenuta nel recipiente e della quale il Re Ferito si ciba, erano destinati a segnare profondamente l’immaginario europeo.

Il Mercante E Il Pellegrino
Il viaggiatore del X-XI secolo apparteneva a due categorie: il mercante e il pellegrino, in fondo tipi non del tutto divergenti. Anche indulgenze, preghiere, reliquie e miracoli erano cose soggette ad essere mercificate, al pari del bagaglio del mercante. Antropologicamente, tra mercante e pellegrino non c’era, poi, quella differenza che si potrebbe immaginare. Coi proventi dei viaggi, il mercante spesso finanziava, anche a sconto dei suoi peccati, belle chiese, grandi affreschi, splendide vetrate. Mentre i pellegrini molto spesso mercificavano gli esiti del loro pellegrinaggio, magari con un traffico di reliquie.
Ma, al di là di questo dato, era la dimensione stessa del viaggio ad accomunare le due figure. Possiamo anzi affermare che il viaggio fosse caratteristico del mondo medievale, più di quello moderno. I pellegrini scimavano per L’Europa medievale e la loro presenza divenne molto forte e più visibile a partire dall’XI secolo. Si tendeva a chiamare pellegrini, all’epoca, tutti quelli che viaggiavano per la strada e che, quindi, affrontavano i disagi del viaggio. D’altra parte, come si diceva, nell’XI secolo si distingueva a stento il pellegrino da altri viaggiatori. I mercanti, in fondo, si spostavano per fiere che erano in genere feste patronali in cui si aprivano anche dei mercanti. Fiere che proprio in questo secolo conobbero un grande sviluppo nei porti di mare e in quella grande area dell’Europa, la Champagne, dove le vie di commercio europeo si incrociavano. Al pari del mercante, il pellegrino era protagonista di questa intensa vita di scambi; accanto a loro, comunque, vi era un mondo di genti in marcia: guerrieri che andavano a combattere i Mori in Spagna e in Sicilia, che scendevano nel Sud Italia, che arrivavano fino all’Inghilterra e la conquistavano.

Artù Fra Mito E Storia
La “scoperta” e la valorizzazione del mito di Re Artù che si registrano nel corso del XII secolo trovano le loro radici in un preciso progetto politico. In questo periodo, infatti, i sovrani angioino-plantagenesti, che regnavano sull’inghilterra ma che avevano radici in Bretagna, in Normandia e nell’Anjou, stavano costruendosi un grande regno che, oltre all’Inghilterra, comprendeva gran parte della Francia. Il matrimonio tra Enrico II ed Eleonora d’Aquitania, nel 1152, giungeva a sigillare un vasto programma egemonico: ora il regno di Luigi VII di Francia- che di Eleonora era stato il primo marito, e del quale il re d’Inghilterra era a vario titolo vassallo per i territori francesi- era molto meno esteso di quello del rivale d’Oltremanica. Per quanto Luigi continuasse a esserne per vaste aree il signore feudale.
Tale situazione generava uno stato di tensione continua. Era dunque necessario per la dinastia anglo-francese rintracciare (o inventare) un precedente tanto dei Celti insulari e degli Anglosassoni quanto dei Normanni, capace di nobilitare e avvicinare entrambe le stirpi delle due sponde della Manica.
Un precedente che, al tempo stesso, per antichità e per sacralità, potesse competere tanto con la monarchia francese quanto con lo stesso impero romano-germanico.
Esso fu presto individuato negli antichi sovrani celtici cristianizzati, dei quali si diceva che i Bretoni attendessero fedelmente il ritorno. Per Artù si creò anche un lungo-centro sacrale che poteva rivaleggiare con Aquisgrana e con Saint-Denis, centri sacrali rispettivamente tedesco e francese, legati entrambi alla memoria di Carlomagno: si trattava dell’abbazia di Glastonbury nel Somerest, dove nel 1191 furono “scoperte” le tombe del re Artù e della regina Ginevra, che fu identificata con la leggendaria Terra di Avalon.

LA NAVIGAZIONE DI SAN BRANDANO
Gli Immarama, i racconti di viaggio di origine celtica, si inseriscono nella tradizione del viaggio medievale, seppure con una spiccata propensione per l’avventura, che a partire dal XII secolo li accomunò alla letteratura francese settentrionale e divenne tipica del romanzo. Tuttavia, nelle peripezie dolorose, faticose e pericolose di molti dei loro protagonisti è contenuto anche il motivo, tipicamente cristiano, della missione portata a popoli lontani. Agli Immarama si collega un fortunato testo di cui forse esisteva un’originaria versione gaelica, ma che venne comunque steso in latino ai primi del X secolo ed ebbe una fama e una diffusione enormi: la Navigatio sancti Brendani. Fu davvero personaggio storico Brendano (in gaelico Brennain)? Lo si identifica con un abate del monastero di Cluain Ferta (in inglese Clonfert), nell’Irlanda occidentale, vissuto nel VI secolo. Egli si sarebbe avventurato in un viaggio per mare, scopo del quale era la cristianizzazione di genti sperdute nelle isole dell’Oceano.
A ogni modo Brindano – personaggio storico o leggendario che sia -intraprese a detta del testo che lo vede protagonista un lungo viaggio per mare dall’Irlanda verso ovest-nord ovest, imbattendosi in una serie di isole prodigiose: alcune cinte da mura di preziosa materia, una simile a un’alta colonna di cristallo, un’altra dominata da uno spaventoso vulcano, uno scoglio sul quale è prigioniero Giuda, altre abitate da demoni o da creature fantastiche, infine lo stesso Paradiso Terrestre. Si discute ancora se e fino a che punto la Navigatio sancti Brendani costituisca un’eco, amplificata dalla leggenda, di navigazioni e di scoperte effettivamente compiute da marinai e da missionari irlandesi. Strabone, Diodoro Siculo, Aristotele e Plutarco avevano sostenuto l’esistenza di terre oceaniche a est delle isole britanniche:tali condizioni geografiche, alla base della leggenda delle Isole Fortunate, fece sì che la stessa cartografia medievale tramandasse il nome e il luogo nel quale si ponevano le Fortunate Insulae, o Insule Sancti Brendani, alcuen delle quali gli Europei cedettero di aver scoperto tra XIV e XVI secolo, mentre altre continuarono a cercare fino al XVIII.

IL MILIONE E ALTRI RACCONTI
Tornando dalla Terrasanta i pellegrini recavano reliquie d’ogni tipo, le quali servivano spesso a consacrare edifici di una nuova fondazione o ad arricchirne il patrimonio sacrale; questo comportò l’introduzione in Europa di culti d’origine orientale, e allo stesso tempo fece sì che la Terrasanta si effondesse per l’intera cristianità. Si andava configurando in altri termini una consacrazione “per contatto” dell’intero Occidente. Talora, del resto, pellegrinaggio e raccolta di reliquie assumevano il carattere di espletamento di un vero e proprio incarico ufficiale.
Dai secoli XIII e XIV alcuni viaggiatori di Terrasanta presero a redigere diari della loro esperienza. Se Il Milione di Marco Polo è certo il più celebre racconto di viaggio medievale, molti altri meritano attenzione non solo per la messe di notizie -economiche, geografiche, di costume – che offrono, ma anche in quanto forniscono uno spaccato della mentalità dei redattori. Le credenze magico – folcloriche vi avevano un ruolo non indifferente, mostrando ancora una volta come il viaggio fosse un potente veicolo di circolazione di tali temi fra aree geografiche – e culturali – diverse e lontane.

LO SPIRITO DELLE TEMPESTE
Molte superstizioni si legavano ai pericoli delle traversate per mare. E gli uomini di Chiesa erano soggetti a credervi non meno degli altri. Nel 1350 il francescano Niccolò da Poggibonsi, tornando su una nave veneziana da un pellegrinaggio cominciato quattro anni prima, si imbattè in una terribile tempesta:”Ed essendo di lungi dal porto, e noi vedemo in aria quello maledetto spirito, lo quale noi chiamiamo macone; e aveva distesa la coda dalle nuvole infino nell’acqua, e tirava a sé infinita acqua per fare tempesta e fortuna”. È probabile che il “macone” derivi dall’immaginaria regione di Magonia – toponimo di etimo incerto, forse spiegabile come terra dei “maghi”, nel senso di “tempestari” – da cui, come raccontava alcuni secoli prima Agobardo di Lione, avrebbero avuto origine certe terribili tempeste. Che più tardi il nome passasse a indicare non più la regione d’origine quanto invece la tempesta medesima lo attestava nel Quattrocento il predicatore francescano Bernardino da Siena, che ricordava proprio gli usi di mare collegati a tale credenza , che egli – al contrario del suo confratello – giudicava assurdi.
Niccolò raccontava anche del celebre santuario di Seidenaya, presso Damasco, dove era un’icona miracolosa della Vergine, nota almeno dal VII secolo. Il fiorentino LIonardo Frescobaldi, reduce dal pellegrinaggio del 1384-85, ne trascrisse la leggenda: la reliquia apparteneva a un prete che l’avrebbe portata con sé in pellegrinaggio al Santo Sepolcro. Dopo esser miracolosamente scomparsa e poi riapparsa, l’immagine cominciò a emettere un liquido organico, una sorta di manna, da allora considerato miracoloso: entrambi i pellegrini, Niccolò e Lionardo, riferiscono che era costume dei marinai gettare qualche goccia di questo balsamo in mare per sedare le tempeste, e di averlo fatto essi stessi.
Un altro pellegrino, Felix Faber, che compì il suo pellegrinaggio tra il 1480 e il 1483, scrive di come fosse consuetudine dei marinai votarsi ai santi protettori dei naviganti: alla Vergine, naturalmente, come pure ai Santi cecilia., Caterina, Lucia, Clemente, Andrea, Nicola , Barbara. Per quest’ultima, in particolare, Faber racconta di come, non avendo evitato una tempesta nonostante il voto, i marinai si rifiutassero di partecipare a una messa in suo onore, dicendone anche male. Il che rimprovera molto da vicino i rimproveri ai santi “inadempienti”, già conosciuti nell’agiografia. Faber ricorda anche come i pellegrini che volevano recare con sé ampolle d’acqua del giordano fossero obbligate dai marinai a svuotarle in mare per evitare tempeste. Egli forse non comprende appieno l’uso e crede che il problema sia la presenza dell’acqua a bordo; mentre al contrario, l’acqua del Giordano doveva essere gettata in mare in base alla stessa logica che presiedeva il rituale dei bigliettini con il nome dei santi.

IL COLOSSO DI RODI
Nel Giordano non ci si bagnava solo per il battesimo, ma anche per guarire da molte malattie. San Willibaldo, pellegrino tra il 723 e il 736, raccontava di una fune sospesa sul fiume alla quale nel giorno dell’Epifania i malati si aggrappavano per meglio calarsi nelle acque taumaturgiche; riferiscono della diffusa fiducia nei suoi poteri anche Ludolfo di Sudheim, nel 1336, e il francescano Francesco Suriano, nel 1485.
Alcuni luoghi visitati e i loro magici misteri suscitavano nei pellegrini un certo interesse. Simone Sigoli, compagno di viaggio del Frescobaldi, notava che intorno a Damasco “si à montagne molte altissime che sempre v’à su neve per tutto l’anno, diciosi che vi sta per arte magica”. Il notaio Nicola De Martoni alla fine del trecento raccontava che l’immensa statua del Colosso di Rodi sorgeva all’ingresso del porto, in modo che le navi erano costrette a passare nell’arco delle sue immense gambe: è stato calcolato che una simile statua avrebbe dovuto superare i 400 metri; sappiamo, in realtà, grazie alle testimonianze di Strabone e di Plinio e agli studi più recenti, che essa poteva misurarne circa 33. Enorme, certo, ma non come la immaginavano i nostri pellegrini. 

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Ultimo aggiornamento

14 ottobre 2019