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LE SPOSE DEGLI DEI: riti sessuali nell’antico oriente

di Massimo Boinasorte e Ezio Albrile

Le qadishtu mesopotamiche, come le devadasi indiane, perpetuavano antichi rituali a sfondo sessuale, creando un ponte tra uomo e divinità: la ierogamia. Con il suo fluido fecondatore ogni uomo può divenire Enki, Indra e raggiungere le arabe huri, o le apsara indiane. Dunque, se il sesso ci conduce a dio, perché è così demonizzato?

Il termine più arcaico per designare una sacerdotessa, entu, appartiene alla lingua di un popolo che nell’antichità abitava la Mesopotamia: i sumeri. Per questa civiltà la carica di sacerdotessa rivestiva grande importanza, e in alcuni casi, era associata a pratiche e cerimonie a sfondo sessuale. La dea Innana, archetipo delle sacerdotesse numeriche e progenitrice della Ishtar babilonese, è indicata, in un inno del 2300 a.C., quale “prostituta del grande dio An”. In uno dei più noti documenti sulla prostituzione sacra, lo storico greco Erodoto (i cui resoconti sono databili tra il 485 e il 425 a.C.), racconta che ogni donna babilonese era tenuta, una volta nella vita, a recarsi al tempio della dea Ishtar per offrirsi, dietro pagamento, a qualsiasi uomo la desiderasse e a deporre sull’altare il denaro ricevuto, quale prezzo per il proprio affrancamento. Lo sdegno dello storico greco è evidente: “D’altro canto la più riprovevole delle abitudini che sono tra i babilonesi è questa. E’ d’obbligo che ogni donna del Paese una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro di Afrodite si unisca con uno straniero…Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo… Quando una donna si asside in quel posto non toma più a casa se prima qualche straniero, dopo averle gettalo del denaro sulle ginocchio, non si sia a lei congiunto all’interno del tempio. Nell’atto di gettare il denaro egli deve pronunciare questa frase “Invoco per tè la dea Mylilla” (Afrodite). Dopo essersi data a quello, fatto un sacrifìcio espiatorio ala dea se ne toma a casa e da quel momento non potrai offrire mai tanto da poterla avere”” (Erodoto, Le storie, I, parag. 199).
Sempre secondo Erodoto, le “donne con un bei viso e una figura slanciata” riuscivano a tornare a casa in tempi ragionevoli, mentre altre, le meno belle, trascorrevano nel tempio “anche tré o quattro anni”, prima di essere in grado di comprarsi la libertà.

LE SACERDOTESSE DI INANNA
II tempio ospitava, inoltre, diverse categorie di prostitute “a tempo pieno”. La prima era costituita dalle ishtarati, vergini servitrici di Ishta, riservate al piacere degli dei, di cui facevano parte le kishreti (le voluttuose) e le harimati (le prostitute comuni, anche nominate come kulmashitu, erano probabilmente semi-laiche e lavoravano soprattutto inteorno alle taverne, ma non potevanoessere chiamate al tempio per cerimonie speciali o per soddisfare una domanda eccessiva.
Ma non tutte le sacerdotesse potevano avere rapporti sessuali. Infatti, alla naditu “sterile”, era assolutamente vietato avere tali rapporti, pena la morte, ed era in qualche modo simile alle vestali romane. Poi vi erano le qadishtu (in sumerico nu-gig), le ierodule, le prostitute sacre, solitamente di alto lignaggio, che avevano una buona istruzione e proprietà terriere, e servivano i fedeli a pagamento. Il loro nome deriva da qeddusha, che assume il significato di “prostituzione”, etimologicamente legato a quddushu, “puro, santo”, da cui la radice semitica comune qdsh e, quindi, l’ebraico qadosh, “santo”.
Questo legame tra prostituzione, sessualità e universo sacro è ribadito in un grande poema babilonese, YEpopea di Gilgamesh. Nelle vicende iniziali del racconto, il selvaggio Enkidu, rivale e poi compagno di Gilgamesh, subisce una profonda metamorfosi intcriore, in seguito a una relazione con una sacerdotessa di Ishtar, proprio una shamathi, che condurrà l’essere ferino alla “santa dimora di Anu e di Ishtar”.
Enkidu era stato creato dalla dea Aruru unicamente per contrastare il potere di Gilgamesh e per proteggere gli animali, impedendone la caccia. La leggenda narra che un cacciatore si rivolse a Gilgamesh perché Enkidu gli impediva di cacciare. Allora, Gilgamesh determinò, per mezzo di una prostituta, la rovina di Enkidu, in quanto si tramanda che gli animali lo avrebbero evitato se egli avesse conosciuto un essere femminile. Mandata una meretrice, Enkidu non seppe resistere alle tentazioni della donna, cosicché gli animali lo bandirono e il cacciatore potè finalmente colpire le sue prede indisturbato. L’armonia ferina che legava Enkidu agli animali e al cosmo viene infranta dal rapporto con la sacerdotessa: la sessualità porta con sé una gnosi che è consapevolezza e acquisizione di una diversa modalità di esistenza. Enkidu si allontana dalla comunione con la natura per far propria la “sapienza” ricevuta dalla sacerdotessa che gli insegna a bere e a mangiare come gli altri uomini, e dunque la civiltà: una “gnosi” che è il frutto di processo di morte e rinascita che è potuto avvenire unicamente con l’atto sessuale.

LA IEROGAMIA RITUALE
Secondo antiche credenze, nel rapporto sessuale le prostitute dei templi personificavano temporaneamente le dee cui erano consacrate e, pertanto, elevavano a una condizione divina anche gli uomini con i quali consumavano il rapporto. Per tale motivo la prostituzione sacra è generalmente considerata un’estensione del matrimonio sacro, lo hieros gamos, una forma ampliata e iterata del rito archetipico della fertilità, coniugazione di Ciclo e di Terra, di Pioggia e di Seme sparso a fecondare il cosmo. La partecipazione del sovrano e di una prostituta sacra, lukur (un termine che indica la sacerdotessa che sostituiva la dea Inanna durante il coitus della ierogamia), era fondamentale nell’antica cerimonia babilonese di Akitu. La festa che si svolgeva nello ziqqurat celebrava l’arrivo del Nuovo Anno, il giorno in cui venivano fissati i destini dei giorni a venire, fu introdotta come ricorrenza religiosa durante la III dinastia di Ur, dal sovrano Shuigi, per legittimare la sua supremazia come regnante e per giustificare la divinizzazione dei sovrani. Durante la cerimonia, il sovrano poteva ricevere l’appellativo di “novello Dumuzi e sposo di Inanna”. Nella letteratura troviamo molti esempi che inneggiano all’amore di Inanna per Dumuzi, il dio pastore e, infatti, ne è un esempio il testo intitolato l’Estasi d’amore, dove il dio seduce Inanna così: “/…/ dopo che noi abbiamo indugiato alla passione al chiar di luna, io preparerò un letto puro, dolce e nobile, aspettando in trepidante attesa il momento dell’amplesso”. Ma l’ardore e la passione sessuale in Mesopotamia non sempre erano espresse con dolci parole. Infatti, esiste una serie di testi chiamati sha-zi-ga, ovvero “scongiuri contro l’impotenza”, con cui le donne della Mezzaluna Fertile potevano combattere le defaillance dei loro amanti. Un esempio di incantesimo è: “Ecc itali! Eccitati/Arriva ali ‘erezione! Arriva all’erezione! Eccitali come un cervo! Eccitati come un toro selvatico!”, oppure “.La mia vagina è la vagina di una cagna! Il suo pene è il pene di un cane! Possa la mia vagina stringere saldamente i! suo pene.'”. Tali incantesimi erano pronunciati durante un rituale in cui la donna da sola, o insieme al compagno, massaggiava il fallo cospargendolo di olio-/puru (una lozione molto ricorrente nei testi), e spesso il rituale doveva ripetersi per ire o sette volte per poter produrre gli effetti desiderati.

IL SEME DIVINO
Nel mondo mesopotamico. l’importanza degli dèi è assoluta anche in ambito sessuale. Infatti, sono proprio Enki, Inanna, Ninlil e Ninhursaga a determinare il destino del mondo. Solo un dio maschile ha il privilegio di essere raffigurato con il fallo: è Enki. il toro, il bisonte. E’ colui che detiene il “fluido del pene”, è un dio spesso associalo all’acqua, simbolo della linfa fecondatrice dell’universo, in sumerico a. un segno che esprime la connessione tra sperma=urina=acqua=fecondità. secondo la concezione che l’uomo è responsabile della fecondazione, mentre la donna dello sviluppo del feto. della crescila e. infine, della nascita dal “suo grembo/utero”. Il potere fecondatore dello sperma maschile è un tema che ricorre nel mito di Enki e il nuovo ordine del mondo. Il protagonista maschile, giovane. dio vigoroso ha, infatti, una funzione fecondatnce molto enfatizzata nei versi. Enki, dio della saggezza, sistema il mondo terreno, decidendo di visitare tutti i paesi, solcando le acque con una imbarcazione, concedendo alle terre visitate la sua benedizione: “Egli alzò il suo pene. eiaculò e riempì l’Eufrate di acqua corrente”, ma nei testi incontriamo anche altri temi legati al dio. Come nel mito di Enki e Nintu-Ninhursaga, uno scritto che. in realtà, si compone di due narrazioni, in cui vengono raccontati i rapporti sessuali tra Enki e la moglie: “.Egli, il saggio, davanti a Nintu, con il suo pene scava un/osso per l’acqua, con il suo pene irrora d’acqua il canneto, con il suo pene fa sbocciare un grande manto Barditi. Distenditi nella palude […] è splendido, Enki irrorò con il suo seme Daingalnunna, egli riversò il suo seme nel grembo di Ninliursaga, ed essa accolse nel suo grembo proprio il seme di Enki”. Il testo intitolato Enlil e Ninlil è sicuramente una ierogamia. e narra come il dio Eniil sia rimasto folgorato dalla bellezza della vergine Ninlil, che in un primo momento resiste alle profferte del dio, ma poi cede e accoglie nel grembo il suo “seme del godimento”, la “gioia del cuore”. 

PROIBIZIONI E VERGINI DANZATRICI
La prostituzione sacra era diffusa anche nell’antico Israele; con il termine “fornicazione”, infatti, gli ebrei stigmatizzavano l’uso sacro della sessualità. La Bibbia è piena di culti idolatri a sfondo sessuale di derivazione cananea e madianita (genti appartenenti a una lega di tribù beduine stanziate nella regione di Madian, discendenti, secondo la Bibbia, di Abramo e Ketura): è noto l’episodio dell’ebreo Zimri, figlio di Salu, e della donna madianita Cozbi. figlia di Zur, sorpresi a fornicare dallo zelante Fineas, figlio di Eleazaro, figlio del sacerdote Aronne, e da questi barbaramente uccisi per mezzo di una lancia.
Uno zelo misto, però, a utopia, dal momento che la tracimante presenza di ammonizioni e di condanne contro la prostituzione sacra, non solo femminile, come l’episodio di Sodoma documenta, induce a pensare che nell’antico Israele la ierodulia (letteralmente “schiavo del tempio”, dal greco hierodulos, utilizzato per indicare la servitù a scopo sessuale nei templi antichi), la fornicazione religiosa fosse un problema dilagante, e non marginale, come i testi biblici fanno credere. Sostanzialmente in contrasto è la prospettiva nell’India antica, dove il fenomeno della prostituzione sacra non è soltanto tollerato, ma anche incentivato.
Le prostitute nei templi indiani sono le cosiddette devadasi, le “serve di dio”, testimoniate a partire dal VI sec. a.C., una caratteristica che è sottolineata nella formazione dello stesso termine, in cui la prima parte (devo-) ha proprio il significato di “divino”. Tali ragazze sono la controparte terrena delle apsara, le donzelle celesti mogli dei Gandharva, che hanno la capacità di cambiare forma a loro piacimento, e figurano sovente al seguito di Indra, il signore delle piogge. Le splendide danzatrici accolgono il pio nell’ascesa verso le dimore paradisiache.
Le apsara sono, inoltre, le personificazioni dei fiumi: non a caso l’attività sessuale delle devadasi porta simbolicamente la pioggia foriera di vita, la pioggia spermatica suscitata dal dio Indra. Un comune mito indoranico, narrato nel Taittiriya Samhita (li, 4, 12,5), fa di Indra-Verethraghna il dio uccisore del drago Vrtra: con la morte del drago, che trattiene le acque e impedisce al mondo di durare, vengono liberate le donne che questi teneva prigioniere. Il mito si ripresenta nelle tradizioni popolari indiane, dove l’acqua è legata alla sessualità e contrapposta al caldo, alla siccità e all’ascetismo. Esistono numerosi racconti che narrano di devadasi inviate a sedurre un asceta per “spezzare il calore” del suo ascetismo, ritenuto la vera causa di siccità.
Nell’India precoloniale, la prostituzione nei templi era così fiorente che in un solo santuario potevano trovarsi sino a 400 devadasi. In seguito, l’istituzione della prostituzione sacra fu osteggiata non solo dagli europei scandalizzati, ma anche dagli indiani riformisti. Risale, infatti, al 1947 la prima legge che dichiara illegale la presenza delle devadasi nei templi, ma in qualche modo la loro esistenza è tollerata.
Le devadasi, come le ierodule babilonesi, sono tradizionalmente scelte da bambine, poiché consacrate agli dèi dai genitori stessi, oppure perché adottate da altre devadasi. Esse sono considerate spose della divinità del tempio cui sono consacrate e, come tali, non possono prendere come marito un mortale. Dovrebbero avere rapporti sessuali solo con manifestazioni terrene degli dèi, come il sovrano e i brahmani, i rappresentanti della casta sacerdotale più elevata, ma la regola è raramente rispettata.
Nella sua manifestazione di devi, ovvero di dea per eccellenza, Signora suprema, paramesvari dell’Universo, una devadasi può essere venerata dai pellegrini senza che vi sia alcun contatto di natura sessuale: dopo averle lavato i piedi, essi sorseggiano e portano a casa l’acqua utilizzata, ritenuta sacra. I pellegrini fanno alle devadasi offerte di cibo e mangiano gli avanzi, noti come adharamruta o “nettare del labbro inferiore”. Tutta questa devozione verso l’universo femminile appartiene alla religiosità indoranica. In Iran, conosciamo la daena, la splendida fanciulla che accoglie il pio nel paradiso mazdeo, il gamdnwn, la “casa del canto”, oppure le bellissime donzelle che inneggiano canti al “Padre, e della Vita” nella terra adamantina, il Paradiso dei Manichei. Inoltre, la “dea liquida” Ardvi Sura Anahita ha una funzione centrale nel pantheon mazdeo: è l’inafferrabile dea che custodisce lo warrah, lo splendore fiammeggiante, il potere igneo dei re-sacerdoti, nei penetrali del mare primordiale. Per iterate volte le forze del male tentano di cogliere lo splendore sorgivo celato nelle acque, ogni volta la dea eternamente sfuggente porta in salvo lo xwarrah, emblema dell’illuminazione, del fulgore che è anche lo “strumento” in cui si articola la creazione.

LE FANCIULLE DI ALLAH
Nel mondo arabo, la figura della donna assume un ruolo assai delicato, come dimostrano le recenti vicende socio-politiche legate, ad esempio, all’adozione del burka, in Afghanistan, una restrizione che impone alle donne l’impossibilità di poter circolare liberamente a viso scoperto per le strade conquistate dai talebani. Dallo status di sacerdotesse rispettate da sovrani, potenti dignitari di corte e dal popolo più umile, come depositane di antichi rituali necessari per entrare in contatto col mondo divino, le donne orientali, in alcuni casi, assumono, invece, la valenza di un oggetto da custodire, da controllare, da imprigionare, da costringere a sottostare a leggi che non hanno votato e di cui possono solamente subire la rigidità. Ma tale immagine non deve offuscare ciò che dovrebbe essere, e purtroppo non è la vera essenza dell’Isiam, cercheremo dunque di presentare forse la parte più poetica della concezione della donna per i musulmani. Allah è il Dio unico, creatore di tutte le cose, e supporta il fedele nelle sue azioni o disgrazie come il sostegno, la guida, il distruttore, il restauratore, il conservatore, il giudice supremo nel giorno del giudizio. L’Islamismo deriva dal verbo aslama, che vuole dire “sottomettersi”, e il fedele manifesta la sua completa sottomissione a Dio. Nel Corano troviamo il tema delle punizioni e delle ricompense che spetteranno ai peccatori e ai giusti, e la descrizione del Paradiso o dell’Inferno rispecchia fedelmente tale concezione. Per i musulmani l’Inferno è un abisso di fuoco, dove esiste unicamente il tormento del corpo e dell’anima. Il Paradiso, invece, è un giardino, ricco di delizie, attraversato dal fiume dell’abbondanza, dove dimorano le buri, che in arabo ha il significato di “quelle bianche dai grandi occhi scuri”, fanciulle di estrema bellezza, vergini e profumate, che deliziano il fedele anche con il piacere sessuale. Secondo la XLIV Sura, Ad-Dukan, “i timorati avranno asilo sicuro, tra giardini e sorgenti, saranno vestiti di seta e broccato e staranno gli uni di fronte agli altri, sarà così, e daremo loro in spose fanciulle dai grandi occhi (huri)”. Ma in netto contrasto con la concezione cristiana, l’Isiam non considera il sesso soltanto come un strumento di procreazione, ma supera tale limite considerandolo, invece, come un vero e proprio ponte che conduce nella sfera del sacro, anche se tale connessione avviene unicamente nell’ambito matrimoniale, in cui sovente avvienne la danza del ventre, l’espressione ritualizzata dell’unione tra uomo e donna. L’ars amandi di una donna (chiamata fitna) induce l’uomo in continua tentazione, uno stato questo che non è compatibile con l’equilibrio necessario per poter pregare. Al-Ghazali, filosofo musulmano dell’XI sec., scriveva che gli arabi, anche i più fervidi credenti, praticano un’intensa attività sessuale. Ancora nel Corano, Sura Al- ma ‘ida V. 87, il fedele viene ammonito per ogni suo eccesso e come l’astinenza dal cibo comporta la rottura dell’equilibrio alla stessa stregua quella sessuale è dannosa. I meritevoli godranno delle delizie del paradiso, che nel Corano è un luogo di estrema bellezza e di piacere sessuale, Sura, ArRahman, LV, “vi saranno colà quelle dagli sguardi casti,(le vergini huri che dopo ogni atto sessuale ritornano vergini), mai toccate da uomini o demoni”. E’ necessario, però ricordare che, sebbene le hurì siano bellissime e fortemente anelate, rappresentano ancora una volta un ruolo di sottomissione della donna che rimane un oggetto, seppur magnifico, creato per soddisfare i desideri dell’uomo. Vorrei concludere con le parole di Ibn Khaldun, intellettuale arabo vissuto nel XIV sec. “.Senza le passioni l’uomo non surebbe completo”, e aggiungerei che nella totalità delle religioni l’uomo può raggiungere la perfezione unicamente unendosi a quell’essere che in alcuni casi demonizza così fortemente da oscurarne la dignità. 

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Ultimo aggiornamento

17 giugno 2019