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Un mondo di fate e di druidi

SIA NELLA MITOLOGIA CELTICA CHE IN QUELLA GERMANICA LA MAGIA AVEVA UN RUOLO DI RILIEVO, SOPRATTUTTO PER IL SUO RAPPORTO CON IL REGNO DEI MORTI

Al di fuori dell’area mediterranea, altre testimonianze mostravano come la cultura magica dell’Europa alto medievale recasse nel proprio bagaglio forti tracce di tradizioni “altre” rispetto a quella latino-ellenistico-cristiana di cui sinora si è parlato . Chiediamoci allora quali altre tradizioni, quali altri popoli abbiano avuto un ruolo preponderante in questo panorama.
Incontriamo per primi, in questo nostro cammino, i misteriosi Celti, l’insieme di genti appartenenti a un comune gruppo linguistico che popolava una larga fascia dell’Europa atlantica e continentale. Dopo la conquista di Giulio Cesare, l’incontro e la fusione tra Romani e Celti di Gallia avevano dato luogo a una grande cultura gallo-romana, preludio di quella celto-cristiana. In merito alla storia della magia, si deve precisare che i contributi alla tradizione cristiano-occidentale sono stati di due tipi fondamentali: primo, i residui dei miti e dei culti magico-religiosi “demonizzati”; secondo, corrispettivo e complementare al primo, altri miti e altri culti assorbiti dalla liturgia o dall’agiografia “popolari”.
Un capitolo importante in questo discorso non può non riguardare le feste.

IL MODELLO DI CLUNY
Nel X secolo, in molte regioni dell’Europa il controllo delle aristocrazie sulla vita della Chiesa si era fatto particolarmente intenso; tuttavia, non sempre questo fenomeno conduceva, com’è opinione comune, a un impoverimento della vita spirituale: vi sono infatti esempi di significato opposto. Uno fra questi è senz’altro offerto dalla nascita dell’abbazia di Cluny. Comunità benedettina fondata in Borgogna nel 909 dal duca Guglielmo d’Aquitania, essa non si differenziava inizialmente da fondazioni analoghe. Il duca Guglielmo ne aveva affidato la guida all’abate Bernone, dotando il cenobio di diritti fiscali e di terre, sulle quali avrebbero esercitato diritti di possesso e gestione, dal momento che la proprietà era formalmente devoluta agli apostoli Pietro e Paolo 8simboli di Roma). Se gli scopi del fondatore, in modo non dissimile da altri casi, erano stati di ridurre Cluny a una Chiesa privata, con la finalità della gestione delle terre e della preghiera rivolta alla salvezza della sua anima, la presenza di abati consci del loro ruolo volse la situazione in una direzione inedita: nel corso del secolo Cluney elaborò infatti, partendo dal modello del riformatore benedettino Benedetto d’Aniane, un monachesimo rigoroso, presto reso sostanzialmente indipendente da ogni potere laico. Un modello destinato a fare scuola.

LA FESTA DEI SANTI E DEI MORTI
Se ci riferiamo a quella fondamentale fonte che è il calendario gallico di Coligny (si tratta di una incisione su un bronzo risalente al I secolo d.C circa), vi scorgiamo una notevole quantità di date festive (quaranta in tutto). Quattro date sono tuttavia fondamentali: Samain o Samonios, il primo novembre (nell’irlandese moderno troviamo Samhain per “novembre”); Beltane, il primo maggio: Lugnasod, il primo agosto; Imbloc (cioè la purificazione), il primo febbraio. Le feste di Samain e di Beltane dividevano l’anno in due parti uguali, dette rispettivamente la “metà scura” e la “metà chiara”, caratterizzata la prima dal progredire del buio e del freddo, la seconda da quello della luce e della bella stagione.
Vale la pena di notare come sul Samain si sia impiantata, a partire dall’XI secolo e per volontà di Cluny, la festa dei santi e dei morti, mentre il Beltane divenne la caratteristica festa cavalleresca della primavera, il “Calendimaggio”. Il Samain era una data dedicata ai morti, mentre il Beltane era dedicato a Beli o Belenos , L’apollo- cioè la divinità solare- celtico.
Mentre Samain a livello etimologico significa solo “riunione”, il Beltane è la “festa del fuoco”, e si deve notare che a partire almeno dal tardo Medioevo la notte precedente il primo maggio (quella nota come “notte di Valpurga”) sarebbe divenuta- con la candelora, cos’ vicina all’Imbloc per la data e per significato- una delle notti caratteristiche del sabba.

Gente dell’altro Mondo
Beli, secondo una tradizione raccolta nel Galles, era marito della dea Ana o Anna, detta anche Dana. Da tale dea si facevano discenere i Tuatha De Danann, gli antichi abitanti dell’Irlanda, venuti dalla Terra degli Iperborei, e ai quali era sacra la betulla, albero che essendo a fogliame caduco era simbolo di morte e di resurrezione. Essi divennero nella tradizione isolana gli abitanti dei tumuli detti sidh (“poggi delle fate”) abitanti cioè dell’Altro Mondo”. Ana era una divinità troppo importante e affascinante perché i cristiani potessero evitarne la presenza: e il cristianesimo reagì in effetti nei suoi confronti secondo i suoi due modi classici, divergenti ma in realtà complementari: o battezzandola e trasformando appunto il suo culto (e difficile dire se soltanto a causa del nome) in quello di Sant’Anna, oppure esaltandone gli aspetti sotterranei, come colei che regna sui defunti. In Bretagna, ad esempio, essa regna sugli anaan, che sono, appunto, i defunti.
Siamo dinanzi quindi alla consueta dissociazione cristiana di un culto pagano in elementi positivi da inglobare e magari da esaltare e in elementi negativi da condannare come demoniaci. Ana, se addirittura per un verso si connetteva alla Vergine Maria, per l’altro rimaneva la regina del popolo dell’ Altro Mondo, cioè delle fate e dei defunti. La regina delle fate che in pieno Duecento compariva nel Jeu de la Feuilèe del poeta francese Adam de la Halle (il primo esempio di teatro profano, cioè non a soggetto religioso, composto e rappresentato in Francia: si tratta infatti di una parodia carnevalesca di generi letterari più “seri”, quali il romanzo arturiano o le canzoni di gesta cavalleresche), anche se ben accolta e festeggiata dagli uomini, era pur sempre una divinità terribile, che i suoi fortunati ospiti temevano. Era la signora di un corteggio extraumano, che il prudente poeta non si arrischiava a definire ma che oscillava inquietamente tra l’incanto celtico e l’orrore demoniaco.

La Compagna Diana
Il suo nome Dana, del resto, la predisponeva alla sineresi, all’equivoco: divinità “lunare”in quanto compagna notturna di un Dio solare, la si poteva facilmente, nel mondo gallo-romano, confondere con Diana. Le testimonianze di un permanente culto di Diana nel Medioevo (o di una divinità che le fonti ecclesiastiche celavano sotto il nome latino di Diana) sono molte; e, per quanto tutte ambigue, riconducevano al quadro di cerimonie notturne, forse a carattere professionale, forse con elementi orgiastici, comunque consacrate alle forze della natura e della rigenerazione, per cui in un modo o nell’altro connesse con il mondo dell’oltretomba. In questo senso Diana notturna finiva per assomigliare alla greca Ecate, e i corteggi che l’accompagnavano assumevano una inequivocabile- per i cristiani- aria infernale. Ma, dall’altro canto , il legame con il mondo dei morti (nella prospettiva celtica, degli avi) conserva un aspetto folcloricmente parlando positivo, connesso al mondo della fecondità che si basava sull’oltretomba e sulle vive forze della Terra, della morte e della rigenerazione stagionali. Un mondo agricolo o agricolo-pastorale, come appunto era quello celtico. Quindi la Ana-Dana-Diana con il suo corteggio poteva entrare nelle case, renderle benedette con la sua presenza, assidersi a banchetti che paiono tavole imbandite come offerta funebre agli spiriti domestici. Eì questo il quadro della cosiddetta “compagnia di Diana” che già emergeva con una qualche chiarezza a partire dal X secolo negli scritti di ecclesiastici quali Burcardo di Worms e Reginone di Prum.
In epoca medievale- per esempio nel Roman de la Rose, celebre romanzo cortese-essa veniva designata come Dame Habonde, cioè “Signore dell’Abbondanza”

LA CANDELORA
La Candelora è la festa cristiana che chiude il calendario liturgico natalizio. Essa celebra la presentazione di Gesù al Tempio. Fu istituita a Gerusalemme già nel IV secolo, per poi passare a Roma- dove veniva celebrata con una processione- fra IV e VII. Ben presto si fuse con la festa della purificazione di Maria avvenuta, secondo la tradizione ebraica del Levitino riguardante le madri, quaranta giorni dopo il parto. Il nome, tuttavia, deriva dall’usanza, sorta nella Francia del secolo X, di benedire le candele che venivano portate in processione e poi conservate dai fedeli. Nell’occidente altomedievale l’adozione di questa fastività in febbraio ebbe probabilmente lo scopo di sovrapporsi ad alcune festività pagane che avevano significati catartici e di purificazione : i Lupercalia a Roma e – appunto -l’imbloc in Gallia.

I SAPIENTI DELLE QUERCE
Un altro motivo di grande impatto nella cultura magica del medioevo fu certo quello del sacerdozio druido. Caratteristiche delle conoscenze druidiche erano erano la dominazione sugli elementi e specie sul tempo, la padronanza del calendario e in genere delle scienze connesse all’osservazione del cielo, la magia tempestarla (che in parte sembra essere penetrata nel culto cristiano attraverso le cosiddette rogationes, processioni con le quali si invocava la pioggia sui campi inariditi dalla siccità), la facoltà di assumere forme animali, l’esperienza in varie forme di divinazione. Il termine stesso “druida”( che letteralmente significa “sapiente delle querce”) e il legame con due piante sacre, la quercia e il vischio, fanno pensare al duplice ruolo dei druidi come guaritori per mezzo delle erbe e dei vegetali e come sacerdoti della natura e custodi di essa. Ancora, i druidi avevano il potere di scagliare malefici a distanza e di fabbricare magici filtri.
Vediamo che i Santi celti o entrati in contatto con loro -da San Patrizio a San Colomba – si adeguavano spesso a questa magia, quanto meno a quella “bianca”. La lotta fra Patrizio e i drudi irlandesi presentata dalla tradizione agiografica assumeva spesso l’aria di una contesa tra maghi: egli usava il classico metodo druidico del “motteggio” (un carme satirico che si rivelava in realtà un potente incantesimo) e si trasformava persino in animale. San Colomba, secondo il biografo Adamanno, usava pietre magiche per consentire ai malati il recupero della salute: l’uso delle pietre a tal fine era un’altra caratteristica manifestazione della magia druidica. Anche il culto dei santi sembra essersi sostituito, nell’Irlanda celtica, a quello degli antichi eroi celebrati nei canti.

Una Vergine Nella Foresta
Anche se il ruolo di druida era sostanzialmente maschile, sembr di poter affermare l’esistenza di qualche forma di sacerdozio femminile. Alle sacerdotesse di Carnai, per esempio, era affidato il “fuoco sacro” della festa solare di Beli.
Ancora, il geografo latino dei I secolo d.C. Pomponio Mela parlava delle sacerdotesse druidiche dell’isola di Sena, al largo dell’Armonica, in grado di sconvolgere le acque marine con i loro canti, trasformarsi in animale, curare anche le più difficili malattie e predire il futuri ai loro visitatori.
Sulla grande abilità di certe donne galliche nel predire il futuro si hanno parecchie altre notizie di fonte romana: imperatori quali Alessandro Severo, Aureliano, Diocleziano vi ricorsero per conoscere la propria sorte.
Poteva essere di competenza femminile, oltre che maschile, anche la magia tempestarla. Allorché la siccità minacciava i raccolti le sacerdotesse sceglievano una giovane vergine la quale, completamente nuda, doveva recare in una sacra foresta e raccogliervi- usando solo il mignolo della mano sinistra-l’erba sacra al solare Belì, la belinuncia: indi immergerla nelle acque di un fiume dalla riva del quel era tenuta ad allontanarsi camminando all’indietro, forse per simbolizzare (ma, ritualmente, anche per determinare con un procedimento di “magia simpatica”, cioè di attrazione fra gesti o elementi analoghi) il corso a ritroso del sole, che avrebbe recato sollievo alla regione riarsa. Il rito venne descritto come praticato da Burcardo di Worms ancora nell’XI secolo.

La Caccia Selvaggia
La mitologia germanica si qualificava, al pari di quella celtica, per il posto di rilievo dato alla “magia” esercitata dagli dei e per il rapporto tra essa e il regno dei morti. Al culto dei defunti, e al rapporto di certe divinità con essi, parevano ricondurre certe tradizioni- giunteci attraverso la maledizione dei Latini o della mitologia scandinava, già influenzata dal cristianesimo- note nell’Europa medievale e anche moderna soprattutto a livello folclorico.
Ad esempio, la tradizione del wuttende Heer, cioè dell’esercito degli eroi defunti scelti dalle Valchirie (le “sceglitrici dei caduti”) per abitare con Odino nell’Aldilà (il Valholl, che si può tradurre come la “sala del combattimento”), sopravvive, demonizzato, nella wilde jagd, la “caccia feroce”( o caccia selvaggia, o ancora “caccia fantastica”) della quale sono piene le fonti medievali. Già Tacito parlava del feralis exercitus, cioè delle ombre degli avi di notte sarebbero magicamente venute tra i guerrieri germani per soccorrerli nel bisogno. Il quadro delle anime inquiete, vaganti peri trivi o per le case, è ambiguamente sospeso tra un atteggiamento minaccioso e uno benevolo (i morti che portano i doni, pure presenti nella tradizione nordica) nei confronti dei viventi.
Esso si collegava anche all’oscura divinità infera nota come Hel, forse sopravvissuta dopo la cristianizzazione e convogliata nella figura femminile di Holda-Perchta, che univa in sé appunto i caratteri inferi con quelli di divinità dell’abbondanza, così come si è detto a proposito della celtica Dana.
E invece riconducibile a un altro personaggio del Jeu de la feuillèe, di Adam de la Halle, il “demone” Hellequin, protagonista delle “feste dei folli” (sorta di corteggi carnascialeschi), probabile antenato del “nostro” Arlecchino da Bergamo.

CONVERSIONE DI MASSA
E’ opportuno ricordare come la maggior parte delle testimonianze che ci sono pervenute circa la cultura dei Germani non ci consenta di conoscerli nel loro stato per così dire “originario”. Il contatto con il mondo romano prima, cristiano dopo, dovevano aver influenzato i loro costumi in modo che è difficile determinare con precisione. La conversazione al cristianesimo, soprattutto, rappresentò un cambiamento di immensa portata nella cultura di questi popoli, che tuttavia mantennero ancora a lungo tracce dei costumi pagani. Per il futuro dell’Europa cristiana, fu soprattutto la conversione dei Franchi ad avere un peso rilevante. In un anno imprecisato fra il 493 e il 506, a Reims, il loro sovrano Clodoveo, sotto la guida del vescovo Remigio, accettò il battesimo. Questo condizionava l’intero popolo dei Franchi, che seguì l’esempio del sovrano: è tuttavia evidente che questo genere di conversione, per così dire “di massa”, abbia dovuto lasciare in sostanza intatte molte delle abitudini culturali precedenti.

Pene Severe
Si direbbe insomma che la tradizione germanica fosse straordinariamente congrua con quelle greco-romana e celtica per quanto riguardava certe figure di “signore die morti” e di morti senza pace, che il cristianesimo avrebbero attribuito al mondo demoniaco; anche se il mondo germanico sembra essere stato animato, nei confronti dell’oltretomba, da un più netto senso di paura-ostilità, che lo differenziava ad esempio da quello celtico e lo avvicinava in qualche modo a quello cristiano.
Difatti, nel mondo germanico si incontrano spesso pene severe per coloro che praticavano certe forme di magia; lo testimoniano diversi corpi di leggi- della Lex Salica all’Editto di Rotari- che tuttavia furono redatte per iscritto solo dopo l’incontro con il cristianesimo: il che rende più complicato il leggerle come uno specchio delle tradizioni originarie dei Germani.
Lo stesso discorso può esser rivolto alle saghe nordiche, nelle quali figuravano molti elementi magici: cappe che rendevano invulnerabili, formule magiche, apparizioni di fantasmi. Queste saghe- soprattutto le islandesi- sono autentiche miniere sia per quanto riguarda la magia, la stregoneria e le superstizioni popolari. C’è da notare però che la loro redazione scritta non fu anteriore al XII secolo, e dunque dopo il contatto con altre culture, a partire da quella cristiana.

Cultura Di Frontiera
Ci sono altri motivi per i quali la cultura dei Germani appariva eminentemente come una cultura di frontiera e di sintesi. Pur non essendo un insieme di popoli che praticavano il nomadismo, nei primi secoli dell’era cristiana molti fra i Germani erano stati costretti da motivi contingenti, quali guerre e carestie, a intraprendere lunghe e tortuose migrazioni, attraverso le quali essi entrarono in contatto con le culture delle steppe fra gli altri, ne rimasero influenzati, in modo particolare.
E’ difficile dire se in seguito queste relazioni, oppure a causa di contatti ancora precedenti, per noi oscuri, è tuttavia certo che i Germano-orientali assimilarono elementi delle culture siamaniche scito-sarmatiche: la principale fra le divinità del pantheon germanico, Odino (che troviamo con tale nome nella saghe nordiche, ma come Wotan al di fuori di queste), era allo stesso tempo sapiente, mago, negromante, veggente, fondatore dell’arte poetica; presentava insomma caratteri che lo avvicinavano molto alle religioni siamaniche. 

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Ultimo aggiornamento

12 novembre 2018