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La magia dei salmi

Di Pier Luca Pierini R.

“Elì Elì lama sabactani!”, Queste parole, che tradotte corrispondono alla ben nota invocazione del Cristo morente: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” sono tratte dal meno noto salmo 22 e si riferiscono esattamente ai primi due versetti del medesimo. Il particolare assume un significato realmente importante, se consideriamo che il Messia sigilla con questa frase l’atto conclusivo della propria missione terrena. Nel momento in cui si compie l’estremo sacrificio, si rivolge al Padre nelle ultime parole di un appello che si fa preghiera. Recitando l’inizio di un salmo.
Forse oggi può sembrare persino paradossale, ma fino a non moltissimi anni orsono parlare di salmi suscitava spesso inquietanti interrogativi relativi al termine stesso. Certamente non per quanti potevano disporre di un pur minimo bagaglio culturale religioso o esoterico, ma per molti questa antica parola restava (e ancora rimane) avvolta nel mistero dei vocaboli astrusi. Ultimamente questa singolare lacuna pare notevolmente ridotta, grazie anche alla straordinaria diffusione di testi occultistici, conseguenza diretta della “moda” o “interesse” per il magico e il misterico dilagata in special modo nell’ultimo decennio.
In pratica risulta assai difficile oggi trovare un libro di magia o scienza occulte – dalle ristampe dei classici alle opere dei moderni e dei contemporanei – nel quale non vi siano riferimenti diretti o indiretti all’azione o al significato esoterico dei salmi. E questo legame ha radici antiche.
L’origine dei salmi rimane ancora oggi in gran parte un enigma, tuttavia è ormai opinione comune, suffragata da documenti di carattere storico inoppugnabili, che alla formazione del Salterio abbiano quantomeno contribuito le culture egizia e assirobabilonese. G. Castellino, nell’opera “Le lamentazioni individuali e gli inni in Babilonia e in Israele” rileva tracce evidenti di influssi di impronta religiosa mesopotamica in vari salmi, come il 13, il 18, il 21 ed altri. Dallo studio approfondito di A. Baruq (L’Expression de la louange divine et de la prière dans la Bible et en Egypte), nel quale l’autore analizza alla luce della letteratura egiziana i salmi biblici, si può inoltre facilmente giungere alla conclusione che i salmisti israeliti abbiano attinto ampiamente alla tradizione religiosa e iniziatica egizia. A questo proposito, l’illustre storico delle civiltà del passato W. Durand pone in rilievo la evidente somiglianza tra il bellissimo Inno al Dio Unico Aton, attribuito al faraone monoteista Akhenaton e il salmo 104.
Infine, può essere utile ricordare le ricerche svolte in anni più recenti da vari studiosi che hanno stabilito interessanti parallelismi tra il testo biblico, con particolare riferimento ai salmi, e il materiale letterario ugaritico, riferimento ai salmi, venuto alla luce a Ras Samra (l’antica Ugarit), mentre già nel 1936 H.L. Ginsberg, dall’analisi comparata dei testi, poteva affermare che il salmo 29 risultava un antico inno cananeo riguardante Baal, leggermente ritoccato per essere accolto nel culto di Jahvè.
Poter stabilire che la struttura di una parte cospicua dei salmi risulti sostanzialmente essai più antichi del testo che fino agli inizi del secolo era ritenuto l’unica fonte originale, è da ritenersi d’importanza fondamentale ai fini di una ricerca organica e di un’interpretazione esoterica precisa.
Per quanto riguarda la denominazione “salmo”, risalente allo stesso Nuovo Testamento, è interessante notare la derivazione dal greco “psaltèrion”, termine utilizzato per indicare lo strumento a corda – una specie di cetra – che accompagnava solitamente i canti e gli inni. Il titolo di “Salmi” dato a tutta la raccolta delle 150 composizioni liriche dell’Antico Testamento, proviene appunto dall’ebraico “Mizmor” (inno o canto che presuppone un sostegno musicale), mentre nella Bibbia ebraica il salterio veniva indicato con il termine “Theillim” (inni) o Sepher Theillim (Libro degli Inni o delle Laudi).
Il testo ufficiale e comune a tutte le Bibbie comprende 150 salmi, sia nel “Testo Masoretico” (il testo ebraico originario, di struttura prevalentemente consonantica, la cui interpretazione vocalica è stata tramandata dapprima oralmente e poi fissata in scritto mediante un sistema di puntuazione elaborato dalle varie scuole rabbiniche, i “Masoreti”), sia nelle antiche traduzioni, dette “LXX” (greca) e “Volgata” (latina), da secoli le più note in Oriente e in Occidente. L’ordine appare identico per tutti, ma non la numerazione, che risulta inferiore di un’unità in queste versioni, poiché i salmi 9 e 10 del Testo Masoretico sono uniti in uno solo nei LXX e nella Volgata (la differenza è in genere indicata tra parentesi). Così dicasi per il 114 e il 115 (riuniti nel 113), mentre dove il Testo Masoretico ne ha uno (116 e 147) il greco e il latino ne hanno due (114-115 e 146-147).
Il Salterio appare diviso in cinque libri (si presume che tale divisione sia anteriore al terzo secolo a.C.), forse ad imitazioni del Pentateuco di Mosè, separati da brevi dossologie. Tuttavia già in tempi precedenti dovettero esistere tre raccolte più ampie, indicate dai critici come Jahvistiche (due parti) e Elohistica (una), in base al nome adoperato per designare la divinità (Jahvè o Elohim), risalenti al periodo precedente il 586 a.C. la prima, e dopo il 539 a.C. la seconda. A parte alcune discordanze, secondo la versione esaminata, di tutti i salmi oltre sessanta vengono attribuiti al re Davide (73 nel T.M. e 85 nella Volg. – Da notare che a causa del ruolo dominante e della collocazione iniziale di gran parte dei suoi salmi, Davide passò nella tradizione giudaica e cristiana come unico autore), dodici ad Asaf, undici ai figli di Core, due a Salomone, uno a Heman e uno a Ethan. I rimanenti sono considerati anonimi.
Questa forma canonica del salterio s’impose tuttavia definitivamente molto tardi e non senza difficoltà (tardo X sec. d.C.). Il Salterio Copto conta, infatti, 151 salmi, mentre l’antica versione siriana ne raccoglie 155. Le scoperte del Mar Morto hanno infine restituito l’originale ebraico del salmo 151 greco e i due ultimi della raccolta siriana. Questi particolari, pur senza togliere niente al valore complessivo dell’intero salterio, farebbero pensare alla possibilità di raccolte originariamente più complete o comunque ad un numero maggiore di salmi rispetto a quello ufficialmente stabilito.
Il rapporto del salmo con il culto e il carattere liturgico dell’intero salterio appaiono evidenti e storicamente inconfutabili già nell’interno della tradizione religiosa ebraica. Molti riportano esplicite indicazioni a feste o riti particolari altri si riferiscono alla liturgia del Tempio, o risultano dedicati ai pellegrinaggi, a particolari ricorrenze o a giorni specifici della settimana.
L’esplicito uso liturgico o l’accostamento a precise cerimonie o funzioni, fu adottato e ampiamente sviluppato dalla Chiesa Cristiana, non solo nei testi canonici della liturgia, ma anche nelle opere riservate al culto e alle preghiere individuali o collettive. Vari riti, orazioni, benedizioni, terminavano o erano integrati dall’uso di salmi appropriati.
L’esempio migliore di cui disponiamo è costituito con ogni probabilità dal celebre “Rituale Romanum” del pontefice Paolo V (1605-1621). In questo interessantissimo testo fondamentale della rituaria cattolica “in quo, quale Parochis ad administrationem Sacramentum, Benedictiones et Conjurationes necessaria consentur, accurate sunt posita”, i salmi assumono un ruolo tuttaltro che marginale e ricevono la giusta collocazione nel contesto rituario di primo piano riservato all’amministrazione di diversi sacramenti, alla visitazione e cura degli infermi, all’assistenza ai morenti, nell’officio dei defunti, nelle benedizioni, nelle preghiere e nelle processioni. Una parte considerevole dell’opera è dedicata alla soluzione dei problemi di vario ordine, o rivolta ad interventi in casi di estrema necessità, mentre un’intera sezione è riservata alla pratica esocistica. Il capitolo relativo, “De Exorcizandis Obsessis”, è ampiamente sostenuto dalla recitazione di ben sette salmi che costituiscono l’ossatura del testo esorcistico di base. Nel tempo, l’accostamento del salterio a speciali preghiere, orazioni e benedizioni o l’utilizzazione di ogni singolo salmo per finalità di ordine liturgico e non, si è sviluppato e consolidato contribuendo a formare una tradizione a sé stante, imperniata essenzialmente nella applicazione delle specifiche virtù dei salmi non più condizionati da un contesto liturgico variamente articolato, bensì considerati come unico elemento rituario agente autonomamente e dotato di valori e caratteristiche peculiari. Il passaggio della pratica relativa ai salmi da un ambito di dominio quasi esclusivamente religioso e liturgico, ad un terreno mistico “magico”, esteso ad un campo d’azione più vasta, non priva di aspetti eterodossi (comprendenti finalità di impronta esoterica) e di componenti profane, è stato graduale e sottile.
La tradizione cristiana, relativa all’uso dei salmi per finalità trascendenti l’aspetto mistico e liturgico, ebbe un impulso decisivo agli inizi del secolo, grazie soprattutto all’opera dell’Abate Julio, arcivescovo della Chiesa Cattolica Francese, il quale riunì ed espose organicamente in alcuni volumi l’intera raccolta dei salmi, descrivendone estesamente significati e virtù. Monsignor Julien-Ernest Houssay (1844-1912), divenuto celebre con il nome di “Abbè Julio”, visse a stretto contatto con il fertile ed eclettico ambiente occultistico parigino del primo ‘900, lasciando una serie di opere di carattere magico-religioso estremamente interessanti e la testimonianza di un elenco innumerevole di guarigioni prodigiose che spinse alcuni biografi a definirlo “il maestro dei miracoli”. Il suo profilo meriterebbe un capitolo a parte, solo per evidenziarne il generoso e coerente impegno dottrinale e l’originale metodo operativo che gli consentiva di coniugare l’antica tradizione cristiana con gli aspetti più luminosi e creativi delle dottrine occultistiche, con speciale riferimento alle possibilità, terapeutiche. Ma i punti di merito che in questa sede desideriamo sottolineare sono essenzialmente due e si riferiscono in primo luogo alla attenta e meticolosa valorizzazione delle prerogative occulte dei salmi, alla quale è da attribuirsi gran parte dell’incremento della rituaria magica ed esoterica basata sui medesimi, tutt’oggi in pieno sviluppo. Di non minore importanza è da ritenersi inoltre la capillare azione di ricerca e di recupero dei testi più antichi e preziosi relativi alle pratiche religiose tradizionale in gran parte disperse o “dimenticate” in un buon numero di sacramentari, breviari, rituali, manuali di esorcismi o libri di preghiere e benedizioni più o meno canonici, apparsi prevalentemente tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo.
Osserviamo per inciso che lo stesso R. Ambelain, noto e apprezzato esoterista francese, nonché autorevole biografo ed estimatore dell’Ab. Julio, tiene ad evidenziare questo particolare: “Noi conosciamo molti sacerdoti e monaci che, non riuscendo più a reperire testi esorcistici, sono dovuti ricorrere alle opere dell’Abbè Julio”. E la nota vale ancora ai nostri giorni, anche per l’Italia.  

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Ultimo aggiornamento

19 ottobre 2020