magia rossa legamenti d'amore
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Sessualità sacra negli antichi egizi

La mano di Dio

Seduta sulle ginocchia del Dio Amon, gli occhi negli occhi, la Divina Adoratrice, il giovane, splendido corpo, avvolto da veli leggeri, gli cinge il collo con un abbraccio appassionato, preliminare di un amplesso a venire. Il Dio in persona incorona la sacerdotessa, le impone le mani trasmettendole la sua potenza, la guarda fisso negli occhi e si unisce a lei in un amplesso cosmico. Colei che si unisce al Dio è anche detta la mano del Dio in ricordo dell’atto masturbatorio compiuto con la propria mano dal Creatore quando originò il tutto. Da questo possiamo ipotizzare del perché non avvenissero, al contrario della religione Sumera-Babilonese, unioni sessuali tra i sacerdoti e le sacerdotesse. Ma attraverso la masturbazione compiuta sacralmente, ci si univa al Dio e nell’attimo dell’orgasmo, s’invoca il suo nome, assimilando l’energia che si creava in quel collegamento tra la sacerdotessa e il suo dio. L’esclusione dell’uomo dal rito era possibile in quanto, ricordiamo, la donna per gli egiziani, possedendo in sé due principi, maschile e femminile, ricostituiva in sé la coppia divina senza per questo ricorrere all’amplesso carnale con un uomo. (Di ciò abbiamo parlato già in occasione della trattazione dell’ascesi solitaria nel Tantrismo mistico e ritorneremo ancora in occasione della trattazione del Taoismo, e cioè di come sia possibile ricostruire da soli, nella propria interiorità, la “coppia divina”, nel caso si voglia compiere una via di solitaria ascesi).
Ma ritorniamo alla Divina Adoratrice, che si identificava con la “mano del Dio” con la quale si era masturbato traendo da sé stesso la sostanza per la creazione del mondo senza perciò operare scissioni tra spirito e materia. Metafora dell’ancestrale “clonocreazione” della Dea Inanna, scienziata extraterrestre che nel “chiuso” del laboratorio cosmicoaveva operato la “creazione dell’uomo”.
Ma come si svolgevano questi riti di generazione dell’energia del Faraone, quali erano le modalità, quali segreti si nascondevano nella celebrazione di tali “misteri”, chi partecipava e cosa avveniva? Cercheremo di scoprirlo anche grazie a testimonianze di tutto rispetto del cronista del passato Erodoto che però, al contrario dei suoi moderni colleghi, mostrava eccessivo rispetto e pruriginosa riservatezza per le usanze di quel popolo e riluttanza nel descrivere e riportarne in pieno le usanze e i costumi. Cercheremo perciò di leggere tra le righe e con la fantasia ricamare laddove lui si è fermato per pudore e rispetto.
Una delle cerimonie più importanti era la Festa di Sed durante la quale si rigeneravano le energie del Faraone (che si esauriva dopo un certo tempo), festa dai chiari riferimenti sessuali sacrali. La festa si celebrava all’esclusiva presenza del Faraone all’interno del grande cortile del tempio protetto da grandi muraglie bianche, protezione per gli sguardi e le energie profane.
Il Faraone veniva posto al centro e le Sacerdotesse, munite di arco e frecce scagliavano dardi su bersagli disposti su ciascun punto cardinale, dopo di che collegavano fra loro i quattro punti con corde di seta colorate, e muovendosi in senso antiorario, circoscrivevano un cerchio, creando così un vero e proprio campo operativo magico, con le quattro forze poste sui punti cardinali a formare la croce magica, il quaternario,e il cerchio.
Le frecce scagliate, attiravano il campo operativo nel quale le sacerdotesse, maestre di magia, evocavano le forze che convogliavano al centro sul Faraone, rinvigorendo le sue energie che sarebbero bastate fino al prossimo rito.
Come ben si vede, sono donne, maghe celebranti, preposte a quest’importante compito, non uomini, pertanto è evidente l’importanza che queste rivestivano nella società egiziana e l’alto compito a loro sole assegnato.
La situazione si capovolgerà con le religioni monoteistiche, dalla cattolica all’ebraica, alla musulmana e sarà pio l’uomo, “l’Adamo” che darà origine, da una sua costola, alla donna. Una favola confezionata ad arte da un potere maschilista che nei millenni ha teso sempre più a svilire e demonizzare la donna e il sesso, che a questa strettamente connaturarono, sia nell’aspetto più rispettato e tenuto in considerazione della procreazione, che di quello demonizzato di lascivo e peccaminoso piacere da rifuggire e condannare tra le fiamme dell’inferno.
Ci siamo mai chiesti perché quasi tutti gli uomini eccezionali, profeti, eroi siano stati concepiti al di fuori di un amplesso sessuale? Proprio perché l’uomo eccezionale non poteva avere origine da un’unione carnale di un uomo con una donna. Per quanto sacralizzata da nozze, la stirpe divina al massimo aveva origine dall’incesto, che è pio quasi una clonazione se ci pensiamo bene. Il ” figlio eletto” nasceva da un concepimento “divino”, mai da un atto carnale.

LE ORGE DEL POPOLO
Era forse questo il motivo per il quale la casta sacerdotale egizia si asteneva nelle cerimonie a carattere jerogamico dell’avere rapporti carnali che, per quanto sacri, erano irriproducibili anche se celebrati da Alti Sacerdoti e Sacerdotesse, degni e legittimi delegati e rappresentanti della divinità sulla terra? O il motivo era da ricercarsi altrove?
Chiari riferimenti sessuali li ritroviamo invece nelle feste popolari a carattere orgiastico, specialmente in quelle legate al ciclo riproduttivo della Terra, al raccolto o all’inondazione del Nilo, ritenuta atto sacro fecondativo. Ricordiamo che il Nilo, era adorato con il nome di dio Hapi. Questo Dio, ermafrodita, dal duplice aspetto maschile con barba e con il seno del suo aspetto femminile, proteggeva le Due Terre, era rappresentato con i fiori sacri, del papiro per il Basso Egitto e con il fiore di loto per l’Alto Egitto. Durante queste feste, il popolosi lasciava andare ad ogni sorta di sfrenatezza, una sorta di catarsi carnascialesca, in una totale libertà di godere, dimenticando le pene e la fatica quotidiana, in un capovolgimento dei poteri costituiti, ove l’esagerazione iperbolica, la totale mancanza di freno, le orge, le beravano le energie positive eliminando quelle negative accumulate durante l’anno, purificando e rigenerando qunti vi si abbandonavano. Una delle celebrazioni più importanti era quella delle dell’erezione del Pilastro do Osiride “Djed”. Un’altra festa importantissima e carica di sensualità era la Festa dell’Ebbrezza che si celebrava a Dendera nei pressi del tempio della Dea Hator. Questa festa si teneva nel ventesimo giorno dell’inondazione del Nilo, il Sacro fiume che con il suo limo fecondava le terre che attraversava. Durante questa festa che durava ben quindici giorni, il popolo si lasciava andare ad ogni eccesso anche orgiastico, grazie anche all’affetto dello “shedeh”, un dolce liquore dalle proprietà afrodisiache, e alla birra che scorreva a fiumi. Musiche e danze accompagnavano festosi e colorati cortei di uomini e donne viaggianti su imbarcazioni, durante un’altra festa a carattere orgiastico riservata al popolo che si celebrava nella città sacra della Dea gatta Bastit. Queste allegre brigate che nulla avevano da invidiare a quelle del Decamerone boccaccesco, si spostavano di riva in riva e con canti, lazzi ed espliciti riferimenti sessuali, richiamavano le genti che accorrevano sulle rive al loro passaggio. Le donne nude, al massimo coperte da un perizoma ridottissimo o da una leggera gonnellina, dalla riva, al passaggio dei barconi, schiamazzavano, attirando l’attenzione degli uomini, sollevavano le gonne mostrando in offerta le loro nudità e questi accogliendo l’invito le facevano salire sulle barche, ove si consumavano orge sfrenate. In queste occasioni si componevano poesie e storie a tema erotico, danzatrici seminude, flessuose e sinuose, lascivamente danzavano, saturando l’atmosfera di gioioso erotismo, inni e ringraziamenti agli Dei per la vita e la fertilità della terra. Riportiamo un esempio di composizione poetica sorprendentemente moderna che elogia la bellezza di una donna e celebra le sue sensuali fattezze:

UNICA AMANTE CHE NON HA SECONDA, BELLA PIU’ DI OGNI ALTRA DONNA.
LUMINOSA E PERFETTA COME LA STELLA SORGENTE ALL’INIZIO DELL’ANNO.
DI COLORITO SPLENDENTE SEDUCE CON LO SGUARDO E INCANTA CON LE LABBRA.
IL SUO COLLO E’ LUNGO, MERAVIGLIOSO IL SENO.
I CAPELLI VERI LAPISLAZULI.
PIU’ CHE ORO SPLENDONO LE BRACCIA,
LE DITA RICORDANO I FIORI DI LOTO.
PERFETTAMENTE MODELLATA AI FIANCHI
LE GAMBE SUPERANO OGN’ALTRA SUA BELLEZZA.
NOBILE E’ IL SUO INCEDERE.
FARA’ SCHIAVO IL MIO CUORE PER UN SUO ABBRACCIO.
OGNI COLLO SI GIRA QUANDO PASSA, PER AMMIRARLA.
FELICE CHI POTRA’ ABBRACCIARLA TUTTA!
SARA’ CONSIDERATO PRIMO TRA I GIOVANI AMANTI.
OGNI SGUARDO LA SEGUE MENTRE LEI SI ALLONTANA.
TALE E’ QUESTA UNICA DEA.

Così cantava l’ignoto poeta della donna bersaglio del suo amore e del suo desiderio, la chiama dea: e ogni donna, regina o popolana era dea per l’antico egiziano.
Certamente oggi questo sconosciuto poeta del passato rabbrividirebbe stupito nel sapere della mancanza di rispetto e delle crudeltà perpetrate sulle loro discendenti che, ancora oggi, purtroppo, nonostante i divieti del moderno e civile governo egiziano, vengano mutilate sessualmente tramite l’infibulazione totale o parziale e l’emarginazione e discriminazione. Questo processo degenerativo della figura della donna ebbe inizio con Tolomeo Filopatore (221-205 a.C.), il quale abbassò la donna egizia al livello di quella greca imponendole un tutore per ogni atto giuridico o commerciale. Processo che proseguì con la fine del regno dei Faraoni fino alle sue massime punte d’aberrazione, all’avvento degli integralismi religiosi, che emarginarono sempre più la donna demonizzandone la figura. Non si salva certamente la religione cattolica che per secoli l’ha perseguita come strega, emissaria e concubina del demonio, corpo senz’anima, alla stregua degli animali, salvo santificata nelle accezioni delle figure virginali come madre e sposa mistica.
Non dimenticheremo mai noi donne che, fino a qualche anno fa, -se c’era da salvare la madre o il feto si sceglieva il feto.
Ma torniamo al nostro argomento, a quei tempi meravigliosi, magici quando la donna era Dea e Signora e le civiltà crescevano e prosperavano grazie all’armonia che c’era tra le genti e tra i due sessi, al reciproco rispetto e amore, a quando, non avversaria né rivale dell’uomo, ma sua compagna nelle gioie e nei dolori quotidiani, amministratrice e dispensatrice di giustizia, regina o serva, popolana o sacerdotessa, ma sempre degna di rispetto e amore. Ed è proprio questa serenità ed appagamento che traspare dai volti delle statue e dei dipinti delle belle e felici donne egizie, femmine, ma anche compagne, spose, nonché regine con pieni poteri, ma sopratutte dispensatrici di vita e detentrici dei misteri della rigenerazione, dell’energia creatrice e vivificatrice.

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Ultimo aggiornamento

12 novembre 2018