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Sotto il segno della piramide

Recenti scoperte archeologiche e nuove sui segreti delle piramidi

di Enza Massa

L’Egitto, culla di una fra le più antiche, progredite e affascinanti civiltà del mondo antico, è forse la zona del nostro pianeta che racchiude in sé il maggior numero di misteri, tutti connessi – più o meno intimamente – con la sua storia e le sue tradizioni leggendarie.
Le campagne archeologiche si susseguono ormai a ritmo incalzante e quasi sempre sono coronate da successo e da nuove sorprendenti rivelazioni sui molteplici segreti che questa terra arida e fertile ad un tempo nasconde sotto le sabbie impalpabili delle sue zone desertiche.
Già in varie altre occasioni abbiamo ampiamente trattato delle più importanti acquisizioni dell’archeologia in questi ultimi anni, molte delle quali aprono parecchi spiragli, se non proprio una porta, anche a fantascientifiche ipotesi. Su tali scoperte, comunque, non ci tratterremo oltre in questo contesto, volendo piuttosto completare il discorso con notizie ancor più recenti, sia nell’ambito della ricerca per così dire “ufficiale” che di quella differente, ma non meno interessante, di studiosi privati, che hanno lavorato “a tavolino”.

In viaggio per l’aldilà
E’ ormai noto che gli Egiziani, sin dagli antichissimi primordi della loro civiltà, credevano fermamente in una vita dopo la morte, alla quale si approdava (è proprio il caso di dirlo!) dopo un “viaggio” che il defunto, abbandonato il corpo fisico, doveva compiere con il suo “doppio” astrale a bordo di una barca sacra guidata dai raggi del sole e dal brillare delle stelle.
Una concezione simile la troviamo presso i Greci con il nocchiero Caronte, Traghettatore delle anime all’Ade.
Per tornare ali Egizi, già si era trovata negli anni Cinquanta una conferma di questa credenza con il rinvenimento di una barca sacra nei pressi della Grande Piramide, ma quest’ultimo ritrovamento è senz’altro uno dei più importanti e significativi della storia archeologica moderna: nella zona di Abidos, a circa 450 km dal Cairo, è venuta alla luce un’intera flotta di 12 navi risalente nientemeno che alla prima dinastia dei faraoni, quindi ad almeno cinquemila anni fa, componente l’intero corteo funebre, destinato ad accompagnare il sovrano nel suo viaggio nell’Aldilà.
Le imbarcazioni, lunghe da dodici a venti metri ed equipaggiate di tutto punto venivano sistemate nelle vicinanze dei luoghi di sepoltura, come quella di Cheope venuta alla luce nel ’54 presso la sua piramide, per permettere ai faraoni di salire a bordo di questi “vascelli magici” e compiere il viaggio verso la loro nuova vita.
Per gli antichi Egizi le imbarcazioni avevano una forte valenza religiosa, in quanto erano considerate simbolo di resurrezione. La presenza di queste barche funebri interrate nel cimitero reale di Abidos e scoperte da un’equipe di ricercatori americani, è un’importante conferma in più che le predette credenze risalivano agli albori della civiltà egiziana e rimasero radicate in questo popolo per lunghissimo tempo.
Essi ritenevano che il faraone, in quanto diretto discendente della divinità, era dio anch’egli; quindi non poteva morire e i “magici vascelli”, singolarmente rivestiti di mattoni e di un impasto di argilla, dovevano accompagnarlo nel suo viaggio quotidiano “guidati dai raggi del sole e dal brillare delle stelle”.
“Per viaggiare dove? Forse nel cosmo?”, non mancheranno di chiedersi gli accaniti sostenitori dell’archeologia spaziale. Alla domanda, ovviamente non possiamo rispondere.
Nessuno sa dov’è esattamente l’Aldilà, né quello degli Egizi né dei moltissimi popoli dell’antichità che, tuttavia, vi cedettero fermamente.
Forse si tratta di un “continuum” spazio-temporale, forse di una dimensione immateriale o ancora di un “altrove” che non possiamo nemmeno immaginare; quindi, a proposito dei vascelli ritrovati ad Abidos, chi vuole può anche immaginare che si tratti, chissà, magari di…vascelli spaziali per un Aldilà di tipo extraterrestre! Vista la nostra assoluta e perdurante ignoranza in materia, a questo punto all’illazione vale l’altra!
Comunque, precisando da ipotesi fantasiose e gratuite, appare quantomeno singolare il fatto di rivestire barche funebri di legno (come si è constatato con quelle grandissime di Abidos e di Cheope) con argilla e mattoni, quasi dovessero sopportare chissà quali sollecitazioni; ma siamo certi che l’archeologia e gli “addetti ai lavori”, che stanno esaminando accuratamente i preziosi ritrovamenti, non mancheranno di fornirci le dovute spiegazioni su questo a altri interrogativi.

Un misterioso bassorilievo
Dopo aver dato doverosamente la precedenza alle importanti scoperte della scienza ufficiale in territorio egizio, certamente foriere di altre sorprese e nuove conoscenze, passiamo la parola o meglio la penna a due studiosi, nonché archeologi “da tavolino” per passione, che ci hanno inviato un interessante dossier in relazione a quella che considerano una causale, ma forse non per questo meno interessante, scoperta.
I lettori in questione sono l’antropologo rumeno Vasile Droj, che ha tenuto sull’argomento una serie di conferenze all’Accademia d’Egitto in Roma e lo scrittore e nostradamista Ottavio Rametti, che col primo ha collaborato.
Tutto è cominciato con l’osservazione del tutto causale di un’illustrazione del bassorilievo della Mastaba di Ti.
Premettiamo che la Mastaba di Ti è una delle più grandi e ricche della zona di Sakkara ed è una tomba di famiglia, risalente alla V dinastia apparentemente all’ispettore delle piramidi, dei templi solari di Neferirkara e di Neuserra ad Abusir, nonché sovrintendente dei Profeti.
Un personaggio importante, insomma, questo signor Ti che aveva verosimilmente, proprio per le sue cariche, conoscenza approfondita anche dei molti segreti delle piramidi.
Tali segreti, però, proprio perché erano segreti non potevano essere divulgati, pena la morte e allora come trasmettere ai posteri almeno i più significativi e relativi alla grande Piramide? Niente di meglio, dunque, che realizzare un piccolo, o meglio un grande rebus, date le sue notevoli proporzioni e affidarlo all’intuito di qualche osservatore particolarmente attento e perspicace. L’enigma archeologico, infatti, si troverebbe racchiuso – secondo Droj – nel grande bassorilievo a nord in cui, su delle costolature in rilievo raffiguranti un canneto, spicca una magnifica caccia acquatica all’ippopotamo.
L’enigmatico signor Ti è in piedi ritto sul battello che scivola, mentre i rematori si curvano sui remi. In alto, in una fitta macchia, uccelli con i loro nidi e predatori che minacciano questi ultimi. In basso l’acqua pullula di pesci e di animali del Nilo. La ciurma confisca arpioni nelle grasse natiche degli ippopotami, uno dei quali addenta un coccodrillo. Tale rappresentazione, nonostante l’armonia e la chiarezza compositiva, conserva per noi un non so che di misterioso, osserva in proposito anche l’archeologo V. Ceram. Il signor Ti non attraversa solo il folto della macchia di papiri, ma tutte le macchie e gl’intrighi del mondo!
E difatti in questa bella scena di caccia, sostiene l’antropologo rumeno, si cela un vero e proprio importantissimo crittogramma per localizzare esattamente, fra i molteplici loculi e false camere, la vera e ancor non scoperta tomba di Cheope.
E’ stato possibile così individuare con una serie di non causali triangolazioni, basate su un complesso sistema ternario di una matematica esoterica, il punto esatto della vera sepoltura di Cheope.
Per inciso, aggiungiamo noi, il luogo trovato dallo studioso coinciderebbe all’incirca con un “vuoto” elettronicamente accertato con strumenti di precisione da archeologi giapponesi.
Lo studioso rumeno vi è arrivato attraverso complicati calcoli geometrici, unendo dei punti chiave che formano in scala prospettica le due piramidi principali.
Il tutto ci è stato spiegato dall’antropologo in questione, nonché illustrato dal medesimo nel corso delle sue conferenze in termini rigorosamente matematici, ma noi che non abbiamo avuto gran dimestichezza con numeri e formule neppure sui banchi di scuola, in verità non abbiamo del tutto compreso come sia arrivato alle sue conclusioni.

Un altro rebus
Quest’opera monumentale di così ampio respiro, la cui complessa scenografia spicca maggiormente su un canneto singolarmente uniforme, quasi a sottolinearne la componente geometrica, nasconde altri misteri, secondo Ottavio Rametti, analista programmatore prima ancora di divenire nostradamista e appassionato di cose occulte. Egli con la matematica ha avuto sempre dimestichezza ascoltando le conferenze “egittologiche” dell’amico Vasile, si è spinto anche più in là, trovando nel bassorilievo di Ti un altro rebus, questa volta nella parte superiore fra uccelli, nidi e sciacalli in agguato. Egli aggiunge: “La conoscenza geometrico-matematica che ha consentito a Droj di trovare congiunzione e triangolazioni significative (e chissà quante altre ancora se ne potrebbero scoprire) deve essere applicata anche agli argomenti esoterici in quanto espressioni di leggi cosmiche universali, sia a Gizah che altrove.
Vasile Droj considera il sistema triadico scoperto nel bassorilievo come origine di una scienza basata sulla triplice manifestazione ermetica della conoscenza, che si esprime nel Verbo (concetto, parola o disegno), nel Numero (successioni e calcoli numerici) e nella Forma (geometrica), il tutto visto in una concezione solistica (ossia globale) per affermare che anche un frammento può contenere l’espressione del tutto… 

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Ultimo aggiornamento

12 novembre 2018